Archive | ottobre, 2013

Cos’è la rete lo capisci quando sei pronto

15 Ott

Cos’è la rete io dovrei saperlo e per svariati buoni motivi.

Uno: ho meno di 30 anni. Questo mi colloca a pieno titolo all’interno di una generazione che può considerarsi non dico di nativi digitali, ma quasi. Se il primo pc comparso in casa mi ha trovato pre-adolescente e il primo cellulare l’ho avuto in mano a 15 anni, c’è da dire che la mia università era già “pc-dotata”, che gli statini erano già elettronici, che la mia tesi l’ho scritta al pc e che quando sono entrata nel mondo del lavoro – anche il primissimo – la conoscenza del pc era già condizione pressoché sine qua non.

Due: ho studiato all’estero e vissuto lontana da casa da quando avevo poco più che vent’anni. Non vivendo nella tua piccola cittadina di mare, accanto a famiglia e amici, dove se vuoi dire alla tua sorellina che il pranzo è pronto ti basta gridare dalla finestra o dove se ti viene in mente una cosa da raccontare alla tua amica del cuore inforchi la bici e le citofoni un attimo, inevitabilmente devi attivarti in fretta per accedere a tutta la tecnologia possibile e immaginabile per non restare fuori dal mondo, o quanto meno tenere aggiornati tutti delle cose fighissime che fai ora che sei lontana.

Dulcis in fundo io nel e col web, ormai da qualche anno, ci lavoro. Ci lavoro significa che sono quella che si può definire una community manager/ social media specialist/ web content editor e via dicendo. Più conscia di così non si dovrebbe poter essere.

Eppure mi rendo conto che della rete non ho capito il senso vero e reale se non recentemente. Perché quando uno ci lavora dentro ne vede le potenzialità immense e le sperimenta, ma spesso le etichetta come “LAVORO” e chiude tutto in un cassetto quando esce dall’ufficio. E poi spesso capita che se “dentro” a una cosa ci stai 8 o più ore al giorno, quando ne esci non è che hai tanta voglia di ritornarci per tuo diletto personale, diciamocelo. Un po’ come quando sei ragazzina che metterti in tiro e infilare i tacchi il sabato sera per le prime volte ti sembra una figata, poi arrivi nel mondo del lavoro dove sei pseudo-costretta a vestirti in maniera agghindata e il sabato sera sogni scarpe da tennis e tuta. Una cosa così.

Insomma, il web offre conoscenza, ti dà la possibilità di metterti in contatto con persone lontane, di abbattere barriere sia fisiche che culturali, di portare il progresso, di far conoscere alle masse cose che altrimenti rimarrebbero di nicchia, di unire e tanto altro, ma spesso e per molti tutto questo si limita a leggere il quotidiano online e a commentare qualche foto sui profili social degli amici.

La verità è che il web ti apre le porte su mondi possibili che solo per puro caso non sono i tuoi. Ti fa conoscere persone che in un’altra epoca non avresti mai avuto l’opportunità di conoscere, ti fa ascoltare storie che non avresti mai potuto ascoltare altrimenti. E questo a volte lo scopri nella banale contingenza di un incidente di percorso.

Io per esempio ho scoperto nel web il potere della condivisione quando mi hanno consigliato di fare un’ago biopsia.

Quando senti questa parola, è inutile, esce la paura, e quello che ti dice il medico non basta. Magari vuoi prefigurarti anche lo scenario peggiore, scoprire tutti i sintomi per eliminarli uno a uno – o iniziare a sentirli dal giorno dopo. Magari vuoi solo sapere se fa male da chi l’ha fatto. E siccome il porta a porta su questo tema non è indicato, scopri la rete, che poi ce l’hai sempre avuta lì ma non l’hai considerata mai nella veste di intimo confessore. Eppure quando entri ti accorgi che è più facile così. Lì puoi aprirti, dire che hai paura, cosa che non fai con chi ami per non spaventarlo. Puoi chiedere che ti raccontino anche le cose peggiori, quelle che un medico non ti dice per non allarmarti. Puoi conoscere persone fortissime e imparare da loro. Puoi uscire più forte e meno solo.

Certo poi torni alla tua vita reale, ma quelle esperienze, quelle storie quelle persone restano nel tuo background, ti cambiano come ti cambiano i fatti che vivi ogni giorno e pensi che se non ci fosse il web le loro storie sarebbero rimaste chiuse dentro a un ospedale, tra le mura domestiche e così anche i loro insegnamenti.

Il mio è solo un esempio, la mia personale esperienza di “illuminazione”, declinabile in tutte le salse possibili, tutte quelle utili a farti accorgere a un certo punto che, proprio come facciamo con il nostro cervello, anche della rete sfruttiamo solo una minima percentuale delle sue infinite possibilità.

C’è chi di questo è più consapevole e chi lo è meno, c’è chi cerca di diffondere la cultura della rete e lo fa perché sa che c’è da impararne e da vivere meglio. E la rete poi non se lo dimentica.

Con le cicatrici di guerre di altri

1 Ott

Ieri mi sono ritrovata davanti allo specchio (sono donna e vanitosa, non è strano) a riflettermi e riflettere. Ho alzato il braccio destro e, come faccio spesso, ho cercato e scrutato la cicatrice sotto l’ascella, la più recente, la più fresca, quella che ancora ricorda al mio corpo con un po’ di dolori occasionali, il 18 giugno e i mesi precedenti. E osservandola è balzato al cuore un convinto pensiero. Voglio bene alle mie cicatrici.

In fondo è così. Mi è capitato di lamentarmi di essere una piccola Frankenstein rattoppata qua e là, ma certo non posso lamentarmi sul serio, non posso davvero dire che questi piccoli segni si notino. Forse se così fosse non sarei in grado di provare dell’affetto per loro. Sono piccole, non si notano, sono nascoste quasi per tutto il tempo, ma ci sono. E mi sono scoperta spesso negli ultimi mesi, osservandole, a provare tenerezza per loro, per il corpo che c’è sotto. “Ok ragazze è tutto apposto. Siete state brave.”

È vero ci sono cose che eviterei: la paranoia di “tastamenti” sotto la doccia, il dolore quando cambia il tempo o se faccio sforzi particolari; non poter fare dei movimenti in palestra senza provare una fitta. Ma sono lì, e con il dolore, mi ricordano che non è successo niente. Mi ricordano i momenti di paura che ho provato, mi ricordano i momenti di dolore, l’abbattimento, un po’ di sgomento, la sensazione di “non può succedermi niente” e quella di “e se invece fosse, per davvero”. Ma soprattutto mi ricordano che sono stata fortunata.

So che un giorno il dolore passerà del tutto, che forse anche le cicatrici non saranno più tanto visibili, che tutto di nuovo mi sembrerà lontanissimo, come la prima volta, ma non voglio che questo accada. La verità è che mi serve ricordarlo. Mi serve per dirmi che poteva essere, ma è andata, mi serve per dirmi che tanta gente non è fortunata come me, mi serve per essere più pronta.

A volte le guardo, le mie cicatrici, come i bambini, che delle loro piccole ferite giocano orgogliosi a farne cicatrici di guerra.

Le mie cicatrici sono i segni di una guerra che mi ha sfiorato appena per mia fortuna, ma che è la guerra che combattono tutti i giorni tante altre persone: ragazze come me, donne, uomini, anche bambini. È una guerra che fa tante vittime. È una guerra alla quale mi sono trovata a passare vicina, come una turista incosciente in vacanza in un Paese dove si combatte, che rischia di rimanere coinvolta in qualche scontro o si trova ai margini di una rivolta. Poi torna a casa, lievemente ferita nel corpo, ma soprattutto nell’anima, per aver visto e avere impresse negli occhi, le immagini di chi lì ci vive, di chi lì ci soffre ogni giorno, combatte o cerca di fuggire, di salvarsi, di proteggersi e ogni sera si mette a dormire sapendo che ha guadagnato un giorno in più, ma che domani sarà pericoloso come oggi, sarà una nuova battaglia, sarà ancora paura e speranza.

Io torno a casa con le mie cicatrici, sapendo che non ho nulla che mi allontani da una vita normale. Ma torno a casa con negli occhi gli occhi di Antonina, e la sua parlantina che si manifesta come un fiume in piena appena fuori dalla sala operatoria, finito l’effetto dell’anestesia. Ho negli occhi gli occhi di suo figlio e della nuora che quasi si scusano di questo flusso senza tregua, guardando con amore questa mamma, questa suocera, questa donna che ha 60 anni e, come me, come chiunque, ha paura; che ha fatto tante visite e ha viaggiato dalla Calabria per operarsi qui a Milano e ora stempera tutta la tensione accumulata raccontandoci dei suoi parenti in Francia, del cibo, di quando era giovane.

Quando ci siamo salutate io e Antonina ci siamo abbracciate, ci siamo guardate. Forse lei ha pensato che non è giusto, non lo so. Io l’ho pensato e ho pianto a lungo per lei. Ho pianto di nuovo, “a posteriori”, per le persone che ho conosciuto e che se ne sono andate per questo male, con lacrime più calde, non solo di dolore o mancanza, ma anche di un po’ di consapevolezza in più. E piango ancora quando penso a tutti i volti che ho incrociato allo IEO, a tutti quelli che mi auguro superino il male e tornino a stare bene, a vivere normalmente, perché non so cosa stanno passando davvero, perché sono fortunata, perché il mio era benigno, perché lei, Antonina, e tanti tanti altri, non sono fortunati come me e io vorrei che lo fossero.