Con le cicatrici di guerre di altri

1 Ott

Ieri mi sono ritrovata davanti allo specchio (sono donna e vanitosa, non è strano) a riflettermi e riflettere. Ho alzato il braccio destro e, come faccio spesso, ho cercato e scrutato la cicatrice sotto l’ascella, la più recente, la più fresca, quella che ancora ricorda al mio corpo con un po’ di dolori occasionali, il 18 giugno e i mesi precedenti. E osservandola è balzato al cuore un convinto pensiero. Voglio bene alle mie cicatrici.

In fondo è così. Mi è capitato di lamentarmi di essere una piccola Frankenstein rattoppata qua e là, ma certo non posso lamentarmi sul serio, non posso davvero dire che questi piccoli segni si notino. Forse se così fosse non sarei in grado di provare dell’affetto per loro. Sono piccole, non si notano, sono nascoste quasi per tutto il tempo, ma ci sono. E mi sono scoperta spesso negli ultimi mesi, osservandole, a provare tenerezza per loro, per il corpo che c’è sotto. “Ok ragazze è tutto apposto. Siete state brave.”

È vero ci sono cose che eviterei: la paranoia di “tastamenti” sotto la doccia, il dolore quando cambia il tempo o se faccio sforzi particolari; non poter fare dei movimenti in palestra senza provare una fitta. Ma sono lì, e con il dolore, mi ricordano che non è successo niente. Mi ricordano i momenti di paura che ho provato, mi ricordano i momenti di dolore, l’abbattimento, un po’ di sgomento, la sensazione di “non può succedermi niente” e quella di “e se invece fosse, per davvero”. Ma soprattutto mi ricordano che sono stata fortunata.

So che un giorno il dolore passerà del tutto, che forse anche le cicatrici non saranno più tanto visibili, che tutto di nuovo mi sembrerà lontanissimo, come la prima volta, ma non voglio che questo accada. La verità è che mi serve ricordarlo. Mi serve per dirmi che poteva essere, ma è andata, mi serve per dirmi che tanta gente non è fortunata come me, mi serve per essere più pronta.

A volte le guardo, le mie cicatrici, come i bambini, che delle loro piccole ferite giocano orgogliosi a farne cicatrici di guerra.

Le mie cicatrici sono i segni di una guerra che mi ha sfiorato appena per mia fortuna, ma che è la guerra che combattono tutti i giorni tante altre persone: ragazze come me, donne, uomini, anche bambini. È una guerra che fa tante vittime. È una guerra alla quale mi sono trovata a passare vicina, come una turista incosciente in vacanza in un Paese dove si combatte, che rischia di rimanere coinvolta in qualche scontro o si trova ai margini di una rivolta. Poi torna a casa, lievemente ferita nel corpo, ma soprattutto nell’anima, per aver visto e avere impresse negli occhi, le immagini di chi lì ci vive, di chi lì ci soffre ogni giorno, combatte o cerca di fuggire, di salvarsi, di proteggersi e ogni sera si mette a dormire sapendo che ha guadagnato un giorno in più, ma che domani sarà pericoloso come oggi, sarà una nuova battaglia, sarà ancora paura e speranza.

Io torno a casa con le mie cicatrici, sapendo che non ho nulla che mi allontani da una vita normale. Ma torno a casa con negli occhi gli occhi di Antonina, e la sua parlantina che si manifesta come un fiume in piena appena fuori dalla sala operatoria, finito l’effetto dell’anestesia. Ho negli occhi gli occhi di suo figlio e della nuora che quasi si scusano di questo flusso senza tregua, guardando con amore questa mamma, questa suocera, questa donna che ha 60 anni e, come me, come chiunque, ha paura; che ha fatto tante visite e ha viaggiato dalla Calabria per operarsi qui a Milano e ora stempera tutta la tensione accumulata raccontandoci dei suoi parenti in Francia, del cibo, di quando era giovane.

Quando ci siamo salutate io e Antonina ci siamo abbracciate, ci siamo guardate. Forse lei ha pensato che non è giusto, non lo so. Io l’ho pensato e ho pianto a lungo per lei. Ho pianto di nuovo, “a posteriori”, per le persone che ho conosciuto e che se ne sono andate per questo male, con lacrime più calde, non solo di dolore o mancanza, ma anche di un po’ di consapevolezza in più. E piango ancora quando penso a tutti i volti che ho incrociato allo IEO, a tutti quelli che mi auguro superino il male e tornino a stare bene, a vivere normalmente, perché non so cosa stanno passando davvero, perché sono fortunata, perché il mio era benigno, perché lei, Antonina, e tanti tanti altri, non sono fortunati come me e io vorrei che lo fossero.

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