Cos’è la rete lo capisci quando sei pronto

15 Ott

Cos’è la rete io dovrei saperlo e per svariati buoni motivi.

Uno: ho meno di 30 anni. Questo mi colloca a pieno titolo all’interno di una generazione che può considerarsi non dico di nativi digitali, ma quasi. Se il primo pc comparso in casa mi ha trovato pre-adolescente e il primo cellulare l’ho avuto in mano a 15 anni, c’è da dire che la mia università era già “pc-dotata”, che gli statini erano già elettronici, che la mia tesi l’ho scritta al pc e che quando sono entrata nel mondo del lavoro – anche il primissimo – la conoscenza del pc era già condizione pressoché sine qua non.

Due: ho studiato all’estero e vissuto lontana da casa da quando avevo poco più che vent’anni. Non vivendo nella tua piccola cittadina di mare, accanto a famiglia e amici, dove se vuoi dire alla tua sorellina che il pranzo è pronto ti basta gridare dalla finestra o dove se ti viene in mente una cosa da raccontare alla tua amica del cuore inforchi la bici e le citofoni un attimo, inevitabilmente devi attivarti in fretta per accedere a tutta la tecnologia possibile e immaginabile per non restare fuori dal mondo, o quanto meno tenere aggiornati tutti delle cose fighissime che fai ora che sei lontana.

Dulcis in fundo io nel e col web, ormai da qualche anno, ci lavoro. Ci lavoro significa che sono quella che si può definire una community manager/ social media specialist/ web content editor e via dicendo. Più conscia di così non si dovrebbe poter essere.

Eppure mi rendo conto che della rete non ho capito il senso vero e reale se non recentemente. Perché quando uno ci lavora dentro ne vede le potenzialità immense e le sperimenta, ma spesso le etichetta come “LAVORO” e chiude tutto in un cassetto quando esce dall’ufficio. E poi spesso capita che se “dentro” a una cosa ci stai 8 o più ore al giorno, quando ne esci non è che hai tanta voglia di ritornarci per tuo diletto personale, diciamocelo. Un po’ come quando sei ragazzina che metterti in tiro e infilare i tacchi il sabato sera per le prime volte ti sembra una figata, poi arrivi nel mondo del lavoro dove sei pseudo-costretta a vestirti in maniera agghindata e il sabato sera sogni scarpe da tennis e tuta. Una cosa così.

Insomma, il web offre conoscenza, ti dà la possibilità di metterti in contatto con persone lontane, di abbattere barriere sia fisiche che culturali, di portare il progresso, di far conoscere alle masse cose che altrimenti rimarrebbero di nicchia, di unire e tanto altro, ma spesso e per molti tutto questo si limita a leggere il quotidiano online e a commentare qualche foto sui profili social degli amici.

La verità è che il web ti apre le porte su mondi possibili che solo per puro caso non sono i tuoi. Ti fa conoscere persone che in un’altra epoca non avresti mai avuto l’opportunità di conoscere, ti fa ascoltare storie che non avresti mai potuto ascoltare altrimenti. E questo a volte lo scopri nella banale contingenza di un incidente di percorso.

Io per esempio ho scoperto nel web il potere della condivisione quando mi hanno consigliato di fare un’ago biopsia.

Quando senti questa parola, è inutile, esce la paura, e quello che ti dice il medico non basta. Magari vuoi prefigurarti anche lo scenario peggiore, scoprire tutti i sintomi per eliminarli uno a uno – o iniziare a sentirli dal giorno dopo. Magari vuoi solo sapere se fa male da chi l’ha fatto. E siccome il porta a porta su questo tema non è indicato, scopri la rete, che poi ce l’hai sempre avuta lì ma non l’hai considerata mai nella veste di intimo confessore. Eppure quando entri ti accorgi che è più facile così. Lì puoi aprirti, dire che hai paura, cosa che non fai con chi ami per non spaventarlo. Puoi chiedere che ti raccontino anche le cose peggiori, quelle che un medico non ti dice per non allarmarti. Puoi conoscere persone fortissime e imparare da loro. Puoi uscire più forte e meno solo.

Certo poi torni alla tua vita reale, ma quelle esperienze, quelle storie quelle persone restano nel tuo background, ti cambiano come ti cambiano i fatti che vivi ogni giorno e pensi che se non ci fosse il web le loro storie sarebbero rimaste chiuse dentro a un ospedale, tra le mura domestiche e così anche i loro insegnamenti.

Il mio è solo un esempio, la mia personale esperienza di “illuminazione”, declinabile in tutte le salse possibili, tutte quelle utili a farti accorgere a un certo punto che, proprio come facciamo con il nostro cervello, anche della rete sfruttiamo solo una minima percentuale delle sue infinite possibilità.

C’è chi di questo è più consapevole e chi lo è meno, c’è chi cerca di diffondere la cultura della rete e lo fa perché sa che c’è da impararne e da vivere meglio. E la rete poi non se lo dimentica.

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