Archivio | novembre, 2013

“Falchetti”, basta la parola…

15 Nov

Premesso che io di politica non voglio parlare, non ora non qui, e che nemmeno mi reputo la persona più informata sui fatti, mi diverte leggere in questi giorni dei tanto chiacchierati “falchetti” del Pdl che spopolano su tv, web e blog, ricordandomi in fondo che tutto il mondo è paese e che esistono modelli che si ripetono in quasi ogni contesto e società.

Diciamo che visti da fuori i “falchetti” altro non appaiono che giovani figli di papà, amici di gente con qualche aggancio in politica, con tipico abbigliamento da “fashion victims” e modi di porsi abbastanza “atteggiosi”. Non sembrano cime, non sprigionano carisma o pillole di genialità, ma ovviamente è giusto lasciare a tutti il beneficio del dubbio, soprattutto tenendo conto che, poco più che adolescenti, sanno presumibilmente poco o niente della vita reale.

Allora, “reclutare facce nuove” è un concetto di per sé positivo se non fosse che spesso – come tanti altri concetti – viene mistificato, frainteso nel suo senso profondo, male interpretato e di conseguenza male usato, finendo per avvicinarsi più al concetto di casting che ad altro. Forse si dovrebbe partire già dall’espressione: “reclutare cervelli nuovi” sarebbe già più funzionale…

Comunque… Al di là delle due risate che uno, con un pizzico di cattiveria, può farsi ascoltandoli parlare in tv – in fondo i giornalisti sono bestie crudeli e sanno che tasti andare a toccare per far passare l’immagine che hanno in testa preventivamente –  ciò che più mi ha divertita è stata la reazione dei giovani militanti del partito che stanno fronteggiando con alquanto malcelato disprezzo – invidia, forse? paura? – questi ragazzini «senza alcuna esperienza mandati in tv per rappresentare a mala pena se stessi». Perché si sa, «la politica è soprattutto sacrificio e militanza». Leggo le parole di alcune di loro dall’articolo del Corriere.

Ebbene cari giovani militanti del Pdl… benvenuti nel club! Benvenuti in un mondo dove uno si fa il mazzo per anni, dopo aver studiato, lavorato e studiato contemporanemente, e poi ancora lavorato, e nonostante questo si trova imprigionato in un lavoro sottopagato, spesso contrattualmente sottostimato e che ciononostante deve ringraziare di avere, sentendosi anche in colpa per essere stato forse a volte, scusate non volevo, troppo choosy, almeno col pensiero.. Sì però… non ho ancora coperto le spese per lo studio coi soldi che guadagno lavorando da 6 anniSssshhhh…. no scusate, non volevo, era per dire, cioè io lo so che sono fortunata, c’è chi sta peggio.. c’è chi non ha lavoro… 

Benvenuti nel club, a guardare approdare i “falchetti” – che se il nome appioppato loro ha una connotazione così palesemente negativa non è colpa mia, ma se a loro (loro falchetti, Santanchè, Berlusconi, Pdl e quant’altri) anche solo lontanamente piace, beh, possono essere paragonabili solo a quelli della casa dei Serpeverde di Hogwarts (Harry Potter docet… ndr). Che poi in questo caso il Cappello Parlante sarebbe la Santanchè?? E Berlusconi chi sarebbe? Salazar Serpeverde?? Ok, ok non ci incasiniamo…

In ogni caso, benvenuti nel club! Perché i “falchetti” sono dappertutto. Io ne incontro ogni giorno anche qui, nella parte del mondo lontana dai riflettori e dalla scena pubblica. E la colpa non è loro, ma di una società che li seleziona ante causam, predestinandoli a un futuro brillante prima ancora che si verifichi una qualsivoglia condizione che spinga il resto del mondo ad attestargli un qualche specifico merito.

E non è che il resto del mondo sia fatto solo di gente gretta, meschina e invidiosa,  che ce n’è anche quella, che rosica a prescindere. Il fatto è che il resto del mondo è fatto anche di gente che non ha nulla in contrario se quelli in gamba si fanno vedere, si fanno sentire, vengono messi sotto un riflettore, perché quelli in gamba quando trovano il loro posto aiutano tutti, la società intera, solo vorrebbero che tutte le persone in gamba avessero le stesse opportunità e che il farsi vedere, il farsi sentire, l’essere sotto a un riflettore dipendesse da una loro capacità, da un loro merito reale.

“Meglio non avere ciò di cui s’è meritevoli, che essere immeritevoli di ciò che si ha.” (Arturo Graf)

Eh???

12 Nov

ehUna vita per cercare di evitarlo perché “non è buona educazione”, perché “non sta bene”, perché piuttosto è meglio dire “scusa, non ho capito, potresti ripetere?” e poi pure gli scienziati ce lo dicono. Secondo una recente ricerca olandese, il più efficace verso che io abbia in vocabolario, “eh?”, non solo sarebbe una delle poche, forse l’unica, “parola” diffusa in tutte le lingue del mondo, ma sarebbe in uso praticamente da sempre, o almeno fin dall’esistenza delle prime forme di comunicazione primordiali.

“Eh?” – che in inglese suona “Huh?”, in spagnolo “E?“, in  tedesco “He?” e in cinese “A?” – è il modo più rapido che l’umanità ha trovato per dire “Ops, c’è un problema, non sono in grado di rispondere in modo appropriato.” Insomma il modo più rapido per segnalare che qualcosa non va. Insomma, il modo più rapido per nascondersi dietro a un dito

Ecco qua. Ancestrale e globale. Ma anche intergenerazionale, democratico, senza distinzioni di genere. Poveri e ricchi, giovani e adulti, uomini e donne; non fa differenza, tutti ci siamo nascosti, di certo più di una volta, dietro a un “eh?”.

Quante volte, adolescenti strafottenti, abbiamo assunto la tipica espressione da “questo è pazzo” guardando i nostri genitori, con l’occhio sbilenco, il naso arricciato e tra i denti un mugugnato “eh????” (i punti interrogativi sono direttamente proporzionali al pathos della situazione e al grado di assurdità percepita rispetto al divieto parentale imposto ndr)? E quante volte a scuola, interrogati in una qualsivoglia materia dopo aver passato il pomeriggio precedente ovunque fuorché davanti ai libri, abbiamo cercato di prendere tempo con un balbettato e reiterato “eh??” (qui i punti interrogativi variano in base alla faccia tosta del pronunciante ndr)? Quante volte poi, in più “matura” età, ci siamo nascosti dietro a un “eh?” quasi sussurato e, negli anni tanto affinato da diventare verosimilmente di sincero stupore, quando rientrando a casa il nostro partner ci ha posto davanti a domande fatidiche quanto retoriche del tipo “Amore hai comprato il pane?” o “Ti sei ricordata di pagare la bolletta che scadeva oggi?”

Insomma, che la specie umana si è evoluta incredibilmente non ce lo dimostrano solo le scoperte in campo medico, scientifico, tecnologico o astrofisico. Ce lo dimostra forse più di ogni altra cosa la lingua. Perché un verso generato istintivamente e istintivamente tramandato fin dall’era primordiale per comunicare all’altro che non possiamo capirlo e che dunque non possiamo rispondere alla sua richiesta, si è trasformato nel corso dei milenni nel modo più veloce e facile di evitare di ammettere la propria incapacità e il proprio fallimento cercando di ribaltarlo sull’altro.

Potere dell’interpretazione.

A parlar di stelle con il naso all’insù

11 Nov

indexL’ultima eclissi dell’anno, la cometa che sarà visibile sotto Natale, il pianeta più simile alla Terra mai scoperto, Curiosity e il suo “esilio” su Marte, Luca Parmitano e la sua missione sulla Stazione Spaziale Internazionale. Questi sono i miei piccoli ammutinamenti quotidiani.

Nonostante scriva in una testata online con focus su telecomunicazioni, tecnologia, mondo social e web, tra una review sul nuovo smartphone dell’azienda X, un articolo sulla nuova tariffa dell’azienda Y e uno sull’ultimissimo restyling del social network Z, infilo qua e là articoli che dire off-topic è dire poco. Eppure se lo faccio è perché penso sia importante.

Da piccola sfogliavo per ore i volumi dell’enciclopedia (ndr Esiste ancora nelle case l’enciclopedia??? Io nella mia non ce l’ho) che parlavano di pianeti e costellazioni e mi incantavo davanti a immagini che non erano altro che piccoli rettangoli scuri punteggiati di luce. Sognavo di fare l’astronauta, ma era un sogno di quelli che si fanno sapendo di sognare. Crescendo non ho mai davvero immaginato di andare nello spazio, eppure ricordo l’emozione pura quando, munita di vetrino protettivo, vidi la mia prima eclissi solare; i preparativi  “a festa”, tutti riuniti in balcone per assistere allo spettacolo, il senso di unicità del momento, il mistero di un mondo di fenomeni tanto grande e incontrollabile e lontano e potente, capace di far oscurare il cielo a notte e di far chiudere i fiori. Un’emozione che, in piccolo, provo ogni estate, quando intorno a San Lorenzo mi piazzo per ore in terrazza, aspettando una stella cadente con il naso all’insù, fino a che i muscoli del mio collo non implorano pietà, facendomi vedere ben altre stelle.

Mi piace parlare di stelle perché sono una delle poche cose in grado di incantare anche gli adulti, di provocare quello stesso stupore che rende i bambini capaci di guardare con meraviglia tutto quello che li circonda.

Così scrivo di stelle per raccontare, con parole mie, dell’universo, dell’ignoto. Del “lontano milioni di anni luce” che poi è un po’ come il “c’era una volta”, solo che questo è pura immaginazione infarcita di realtà, quello invece è realtà che riempiamo di sogni e fantasie.

Così tra tutte le super tech novità, i miei articolini sullo spazio spuntano sempre tra “i più letti”. E io non mi stupisco. Lo so perché. Perché tanti, come me, hanno sognato di fare l’astronauta “da grande”. E tanti altri hanno sognato almeno una volta di poter arrivare a viaggiare sulla luna, o di imbattersi in un alieno, e comunque tutti hanno guardato almeno una volta con il naso all’insù, verso il cielo, e si sono persi in quell’immensità, stupendosi, immaginando, sognando. Sognando che da quell’ immenso e infinito possa sbucare un giorno qualcosa di inaspettato.

La tecnologia immagina un futuro che via via, poi, rende reale. Bello. Ma a volte è bello anche immaginare qualcosa di indistinto, qualcosa che forse non diventerà mai realtà, ma che in quella lontana immensità, di cui noi vediamo solo la punta dell’iceberg, potrebbe anche esistere.

Per questo io continuo con i miei piccoli ammutinamenti quotidiani, per questo continuo a puntare il naso all’insù, verso l’infinito…

“E quindi uscimmo a riveder le stelle” (Inferno XXXIV, 139).

La fragilità dell’opinione pubblica

7 Nov

Da anni ormai mi capita di incastrarmi nel ragionamento sulla dualità diabolica tra libertà di espressione e libertà di pensiero. Nella fattispecie di come questi due principi paralleli possano coesistere nell’epoca dei mass media e dell’utilizzo di parte che la nostra società ne fa.

Di solito mi trovo a riflettere su questo tema nei periodi di campagna elettorale, ma oggi mi è capitato invece leggendo per puro caso un articolo in rete. Stesso risultato comunque, ovvero mal di testa e sensazione netta di trovarmi in un circolo vizioso senza via d’uscita.

L’articolo letto per caso era un pezzo, di per sé abbastanza banale, che però mi ha colpito per la critica aggressiva a Gramellini e al suo buongiorno quotidiano su La Stampa. L’accusa alla rubrica – che prima di oggi non leggevo – e al suo autore, era quella di scegliere ogni giorno un hot topic banalizzandolo in poche righe e farcendolo di considerazioni e commenti perbenisti e vacui. L’esempio portato era quello di uno degli ultimi giorni nel quale, partendo da una notizia su un algoritmo che permetterebbe di fare previsioni sulla durata delle relazioni di coppia tramite informazioni fornite da Facebook, Gramellini criticava la tendenza a matematizzare il mondo, anche quello dei sentimenti, attraverso formule che per lo più arrivano a dimostrare quello che magari da secoli è senso comune dell’uomo della strada.

Ecco, francamente non posso dire di non aver pensato la  medesima cosa (ndr “che cavolata!”) quando due giorni fa ho letto dell’algoritmo sulle social-relazioni, ma devo ammettere anche che, leggendo quell’articolo, pur non avendo mai seguito la rubrica de La Stampa, l’impressione che ne ho avuta è stata alquanto negativa.

Insomma leggendo, volente o nolente, mi sono costruita un’opinione su una “cosa X” che non conoscevo direttamente, ma che mi veniva descritta. Io la “cosa X” poi sono andata a cercarla. Per curiosità, per vicinanza al settore, perché Gramellini è un personaggio conosciuto, perché ho letto i suoi libri e per quanto fiabeschi mi sono piaciuti? Questo non lo so. Però la “cosa X” ho cercato di conoscerla direttamente e me ne sono fatta un’idea mia, costruita, questa volta, sull’esperienza diretta. Che piacciano o no poi la rubrica, l’autore, i suoi pensieri, questo ha poca importanza. Il punto è: chissà quante volte succede.

Chissà quante volte succede – in primis a me che mi professo attenta, informata, sgamata sul mondo della comunicazione e sui suoi tranelli – chissà quante volte succede che le “nostre” opinioni non siano realmente le nostre. Che per pigrizia, per ignoranza, per disattenzione ci limitiamo a pensare i pensieri degli altri, a costruire idee su fondamenta buttate da altri. E anche come può essere facile, non essendo realmente nostre, che il primo bravo oratore di passaggio riesca a inculcarcene altre.

La fragilità delle opinioni personali fa riflettere sulla fragilità della loro somma, di quell’opinione pubblica così spesso modellata da altre entità, senza che neanche ce ne rendiamo conto.

I canali di informazione a senso unico non possono salvarci da questo rischio. Solo noi possiamo aiutarci, studiare noi stessi anche. Perché forse farsi influenzare dal mondo esterno è inevitabile, ma anche l’influenza può diventare uno stimolo a scoprire una cura se si impara a riconoscerne in tempo i sintomi. Se ci stimola, insomma, a informarci su più fronti, a discutere, ad ascoltare sì, ma non in modo passivo, bensì attivo e proattivo, a portare avanti il baluardo di quell’informazione partecipata che troppo spesso viene fraintesa, ma che un utilizzo attivo e intelligente della rete è certamente una delle strade per diffondere.