La fragilità dell’opinione pubblica

7 Nov

Da anni ormai mi capita di incastrarmi nel ragionamento sulla dualità diabolica tra libertà di espressione e libertà di pensiero. Nella fattispecie di come questi due principi paralleli possano coesistere nell’epoca dei mass media e dell’utilizzo di parte che la nostra società ne fa.

Di solito mi trovo a riflettere su questo tema nei periodi di campagna elettorale, ma oggi mi è capitato invece leggendo per puro caso un articolo in rete. Stesso risultato comunque, ovvero mal di testa e sensazione netta di trovarmi in un circolo vizioso senza via d’uscita.

L’articolo letto per caso era un pezzo, di per sé abbastanza banale, che però mi ha colpito per la critica aggressiva a Gramellini e al suo buongiorno quotidiano su La Stampa. L’accusa alla rubrica – che prima di oggi non leggevo – e al suo autore, era quella di scegliere ogni giorno un hot topic banalizzandolo in poche righe e farcendolo di considerazioni e commenti perbenisti e vacui. L’esempio portato era quello di uno degli ultimi giorni nel quale, partendo da una notizia su un algoritmo che permetterebbe di fare previsioni sulla durata delle relazioni di coppia tramite informazioni fornite da Facebook, Gramellini criticava la tendenza a matematizzare il mondo, anche quello dei sentimenti, attraverso formule che per lo più arrivano a dimostrare quello che magari da secoli è senso comune dell’uomo della strada.

Ecco, francamente non posso dire di non aver pensato la  medesima cosa (ndr “che cavolata!”) quando due giorni fa ho letto dell’algoritmo sulle social-relazioni, ma devo ammettere anche che, leggendo quell’articolo, pur non avendo mai seguito la rubrica de La Stampa, l’impressione che ne ho avuta è stata alquanto negativa.

Insomma leggendo, volente o nolente, mi sono costruita un’opinione su una “cosa X” che non conoscevo direttamente, ma che mi veniva descritta. Io la “cosa X” poi sono andata a cercarla. Per curiosità, per vicinanza al settore, perché Gramellini è un personaggio conosciuto, perché ho letto i suoi libri e per quanto fiabeschi mi sono piaciuti? Questo non lo so. Però la “cosa X” ho cercato di conoscerla direttamente e me ne sono fatta un’idea mia, costruita, questa volta, sull’esperienza diretta. Che piacciano o no poi la rubrica, l’autore, i suoi pensieri, questo ha poca importanza. Il punto è: chissà quante volte succede.

Chissà quante volte succede – in primis a me che mi professo attenta, informata, sgamata sul mondo della comunicazione e sui suoi tranelli – chissà quante volte succede che le “nostre” opinioni non siano realmente le nostre. Che per pigrizia, per ignoranza, per disattenzione ci limitiamo a pensare i pensieri degli altri, a costruire idee su fondamenta buttate da altri. E anche come può essere facile, non essendo realmente nostre, che il primo bravo oratore di passaggio riesca a inculcarcene altre.

La fragilità delle opinioni personali fa riflettere sulla fragilità della loro somma, di quell’opinione pubblica così spesso modellata da altre entità, senza che neanche ce ne rendiamo conto.

I canali di informazione a senso unico non possono salvarci da questo rischio. Solo noi possiamo aiutarci, studiare noi stessi anche. Perché forse farsi influenzare dal mondo esterno è inevitabile, ma anche l’influenza può diventare uno stimolo a scoprire una cura se si impara a riconoscerne in tempo i sintomi. Se ci stimola, insomma, a informarci su più fronti, a discutere, ad ascoltare sì, ma non in modo passivo, bensì attivo e proattivo, a portare avanti il baluardo di quell’informazione partecipata che troppo spesso viene fraintesa, ma che un utilizzo attivo e intelligente della rete è certamente una delle strade per diffondere.

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