Archive | gennaio, 2014

Selfie introspettivi (quando al posto dello smartphone hai una tastiera)

29 Gen

Io odio tutto, indistintamente. E poi, dopo pochi secondi, altrettanto onnivoramente adoro tutto. Sono un’adolescente imprigionata in un corpo che invecchia cercando di farmi cambiare fuori visto che non riesce a cambiarmi dentro.

Sono altalenante e instabile, insicura ma orgogliosa, fiera ma delicata, un’attacante fragile in difesa. Sono profonda e acuta, ma anche superficiale e infantile; possessiva e gelosa, ma emancipata; penso di “meritare di più”, ma spesso non so cogliere il valore di quello che ho; sono decisa ma titubante; so cosa voglio ma ho paura di averlo e tenermelo. Tendenza alla fuga: ce l’ho, ma ci stiamo lavorando. Ormonale? Lunatica? Certo, come si conviene a ogni donna. Testarda quanto basta. Capricciosa al bisogno. Voglio tutto e subito. Desidero la stabilità ma cerco sempre qualcosa di più, non mi accontento pur avendo tutto quello che si può volere.

Confessioni digitali? Prendetelo come un selfie, dato che è la parola del 2013. Ma non di quelli in posa, con le labbra a culo di gallina (espressione alla quale sono rimasta affezionata, usata dalla mia prof di francese del primo liceo per insegnarci a pronunciare i suoni nasali… non mi soffermo sul fatto che questa immagine veniva rappresentata anche graficamente con il risultato che la lavagna dopo l’ora di francese sembrava quella di un’aula di anatomia), le ormai diffuse duck face, le tette leggermente di fuori, la luce giusta e gli effetti instagrammosi. No, questo è un selfie da dentro, non di quelli dove vuoi apparire gnocca e aumentare la tua autostima contando i like e i commenti ricevuti. Un selfie senza filtri, perché che senso ha voler sempre per forza apparire belli, sexy, perfetti anche appena svegli? Voler apparire buoni, sempre allegri, immuni ai sentimenti negativi, alla gelosia, al nervosismo da ciclo, all’abbattimento da “oggi i capelli mi stanno uno schifo” o da “quella è molto più magra di me”?

Essere vs apparire. Tutto pare ridursi a questo e l’apparire ha trovato nel web uno strumento di diffusione notevolmente di impatto, perché – diciamocelo – chi cerca di essere sul web si fa strada, come nella realtà, con più fatica, ci vuole più tempo. E quindi tendenzialmente tutti, a un certo punto, in un momento o nell’altro delle nostre vite, cerchiamo di apparire. Non per forza di apparire con il nostro aspetto esteriore, ma di apparire in un senso allargato. Apparire nel senso di mostrarci ciò che non siamo. Fingere, insomma, di essere.

Fingiamo di essere forti e piangiamo chiusi in bagno. Fingiamo di essere sexy e aggressivi, e appena soli indossiamo il rassicurante pigiama con gli orsacchiotti. Fingiamo di essere sicuri di noi stessi e invece dentro di noi ci sono più punti interrogativi che nel libro delle domande. E come per le bugie, che una tira l’altra, quando si finge sulla propria natura poi si continua a farlo e a volte si perde il confine tra l’essere e l’apparire, tra quello che raccontiamo di noi, quello che costruiamo su di noi e quello che siamo dentro. E poi alla fine questa doppia personalità ci dilania, perché diventa una patologia a tutti gli effetti, e noi ci caschiamo dentro, fautori noi stessi del nostro disturbo dissociativo.

Quando si arriva al limite allora, un bel selfie può servire. Per questo prendo la mia fotocamera preferita, la tastiera del pc, e scatto. E il risultato è un autoscatto che forse non riceve tanti Like o cuoricini, ma che a me fa bene guardare e magari uno di questi giorni lo incornicio anche…

E le chiamano ferie… queste ferie con la febbre…

15 Gen

Per qualcuno sono stati giorni di festa, di relax, di riposo. Per altri se non altro sono state ferie. Per me è stato vuoto cosmico.

Dei tanti, tantissimi giorni di chiusura aziendale che avevo per stare quasi del tutto in pace, ricordo sì e no i primi 6. Che poi coincidono con quelli passati nella natia patria del mio lui, durante i quali forse avrei potuto salvarmi dalla bronchite di proporzioni catastrofiche che mi attendeva dietro l’angolo, se solo mi fossi curata e non fossi stata in giro giorno e notte per far godere a pieno il suddetto lui dei pochi giorni di vacanza a casa sua (ndr Si noti il tema dell’animo predisposto al sacrificio per amore che si ripropone).

Allo scoccare esatto della data in cui ci siamo infilati in auto per ripartire verso Nord, come se il mio corpo generosamente avesse resistito ai batteri, tenendo erette le ultime barriere di difesa fino al possibile e poi, conscio dell’imminente e di aver tenuto eroicamente duro nei giorni clou, avesse dichiarato la resa, il VIRUS si è abbattuto.

Si è abbattuto su di me con violenza, come tutte le cose trattenute troppo a lungo esplodono poi più forti, più cattive, più cocenti, come i sentimenti, come la pioggia, come l’acne, come l’afa. Si è abbattutto cancellando i miei successivi 11 giorni di ferie, i festeggiamenti, l’arrivo del nuovo anno, i pranzi e le cene da gustare, i giri fuori porta da fare, gli amici da vedere.

Così è iniziato il 2014, come era finito il 2013, tra antibiotici e delirio. Che sia un modo del mio corpo per dirmi “Tiè, hai appena compiuto 29 anni e questi sono i 12 mesi che ti porteranno ai 30. Pensavi di essere ancora giovane e forte???”

Beh, non ce n’era bisogno. In ogni caso siamo a metà gennaio e io mi lecco ancora le ferite, ma – cosa ancor peggiore – sono rientrata a lavoro come se lo stacco non ci fosse mai stato e ora mi domando con angoscia esistenziale: “Ma davvero dovrò aspettare Pasqua per le prossime vacanze???”

Sgomento a parte, buon anno a tutti!