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Quando un uomo con la matita incontra un uomo con il kalashnikov…

9 Gen

Basata sul sarcasmo, sull’ironia, sulla dissacrazione. Principalmente mirata a colpire personaggi pubblici. Mezzo per esprimere un pensiero e in quanto tale tutelata dall’art. 21 Cost., ma anche forma d’arte, e come tale riconosciuta nell’art. 33 Cost. Su questi pilastri fonda il suo diritto di esistere la satira.

Diritto di esistere…

Che valore hanno queste tre parole nella testa di chi, con lucidità, prende la mira e spara?

Anche la satira prende la mira e spara. Con lucidità. Ma l’arma che impugna è una matita, le vittime non perdono sangue, non smettono di respirare. Al massimo, a quei pochi dotati di autoironia, il respiro viene a mancare sì, ma per il ridere. Gli altri, quelli che il sense of humor non ce l’hanno, quelli non ridono. Quelli rispondono “con la stessa moneta”. Prendono la mira e sparano. Solo che non sono leali. E così impugnano altre armi.

“Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l’uomo con la pistola è un uomo morto” recitava così, col suo sguardo di ghiaccio, Clint Eastwood in un famoso western. Questa affermazione non mi ha mai convinto. Ma se la pistola è una matita e il fucile un kalashnikov…

Quando la satira individua il suo bersaglio, può accadere che quello alzi le mani per difendersi, chieda pietà. Allora la satira – quella coerente con se stessa – tempera la matita e si abbatte ancora. Ma si abbatte sulla carta, non sulla carne. È come l’inchiostro simpatico, la satira. Lascia una macchia lì per lì, ma è una macchia che poi svanisce, qualcuno sul momento si arrabbia, ma poi passa e resta un sorriso. Perché la satira è una forma d’arte, la più sagace, la più acuta, una di quelle che fa riflettere, che a suo modo fa cronaca e denuncia, ma è pur sempre un’espressione artistica. Magari esagera? Può darsi. Ma “esagerare” significa fare satira. Eccedere, ingigantire. Se passeggiando per Montmartre decidi di farti fare una caricatura, poi ti lamenti forse delle orecchie o del naso troppo grosso che ti hanno disegnato?

“La satira esalta i difetti del personaggio pubblico, ponendolo sullo stesso piano dell’uomo medio. Da questo punto di vista, la satira è un formidabile veicolo di democrazia, perché diventa applicazione del principio di uguaglianza. Non a caso è tollerata persino nei sistemi autoritari, fortemente motivati a mostrare il volto “umano” del regime.”

Ma ci sono regimi che un volto umano non ce l’hanno. Sono i regimi della follia, dell’odio, della violenza. Non si tratta di Islam, di musulmani, di stranieri. Si tratta di gruppi organizzati di violenti. È criminalità organizzata senza scopo di lucro (forse), che si nasconde dietro un’ideologia di pochi e crea un cono d’ombra, dentro il quale raccoglie e nasconde molti. Ma quei molti altro non sono che persone che odiano e che cercano una scusa per continuare a farlo.

Oggi il mondo urla che è fatto di questi pochi e di questi molti, ma anche di #Charlie e di #Ahmed, morti perché l’inchiostro tardava a svanire. Ora ho idea che quell’inchiostro sarà indelebile.Schermata 01-2457032 alle 14.03.42

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Contro la violenza sulle donne: i numeri che raccontano

25 Nov

Oggi è la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. La violenza. Non che abbia genere la violenza. Non che si debba discriminare anche su questo, sulla violenza. La violenza è violenza e ogni giornata dovrebbe essere contro la violenza senza distinzione di genere.

Però succede che i numeri, le cifre raccontino di quella sulle donne in un modo che non si può ignorare. Chi pensa che i numeri siano freddi sbaglia. Questi numeri sono caldi, parlano, raccontano, descrivono. Descrivono la vita di tante, di troppe. Descrivono le sensazioni: quelle di un amore tradito, dell’entusiasmo perduto, della gioia lasciata lentamente scivolare via. Descrivono di quando alla fine smetti di cercare, smetti anche solo di pensare che in fondo potresti meritare di più, che potresti ancora essere felice. Raccontano una resa, che prima di essere resa fisica, prima che il corpo ceda alla violenza, subisca l’inevitabile realtà anatomica per cui quasi sempre un corpo maschile è più forte di uno femminile, è resa psicologica.

Non è necessariamente il fatto di essere più deboli. È il fatto di abbandonarsi a questa resa, di scegliere di mollare, di aver allentato i pugni che prima erano stretti e aver detto basta. È il fatto di aver guardato negli occhi qualcuno che ami e non averlo più trovato. È questo che ci frega più del resto a noi donne, perché prima di capire che ce ne dobbiamo andare ci proviamo, fino in fondo, fino alla fine, perché per noi, con o senza fede al dito, è sempre “finché morte non ci separi”. Solo che qui succede troppo spesso che la morte arrivi.

E i numeri ce lo dicono. Ci dicono che in Italia nel 2013 ogni due giorni è stata uccisa una donna. Praticamente un giorno sì e uno no: 179 in tutto, 122 in famiglia, dalle mani di chi un tempo le ha abbracciate, le ha accarezzate, uccise dalle mani di un marito, di un compagno, di un ex. La maggior parte a “mani nude”, per le percosse, strangolate, soffocate. È così che lo scorso anno è morta ammazzata una donna su tre.

La violenza familiare in Europa è la prima causa di morte: questo significa che “un marito, un fidanzato, un convivente uccidono più di un incidente stradale, di un tumore, della depressione, o di qualsiasi disgrazia vi venga in mente”.

Significa anche che le donne sono diventate sempre più le vittime designate dell’omicidio. Non lo sono sempre state, no. Prima avevamo meno diritti, meno libertà, meno spazio, però (forse proprio per questo??) ci uccidevano meno. Ci mantenevamo “low profile”, per così dire… O forse ci accorgevamo meno dell’errore, dell’orrore, di quell’ingiustizia immane di passare dall’essere oggetto d’amore all’essere l’oggetto (per eccellenza, con la “O” maiuscola) della frustrazione, dello sfogo, della rabbia. Ma oggi, che il mondo ci offre quasi tutto, possibile che siano proprio le persone che abbiamo scelto per starci accanto a togliercelo? Possibile che sia proprio il libero arbitrio a fregarci?

Sono numeri che raccontano storie e per questo è giusto ascoltarli. Perché contro questo genere di violenza, questa violenza di genere, bisogna combattere e proteggersi tutti, uomini e donne.

Come il paio di jeans perfetti

25 Set

La verità è che ce ne sono infiniti della tua taglia. E di tutti questi, poi, sono molti anche quelli che avranno un prezzo accettabile, insomma, alla tua portata diciamo… Poi probabilmente ce ne saranno anche parecchi che ti stanno bene, a non voler avere troppe pretese…

Però alla fine tutte lo sappiamo che trovare “IL” jeans, quello che appena te lo vedi addosso ti innamori, perché con lui ti senti stragnocca in qualunque momento e situazione, insomma, “quel” jeans, è un’impresa.

Una può passare la vita a provarne senza trovarlo, accontentandosi di altri jeans perché, è ovvio, senza un jeans nell’armadio non è mica facile stare… Può cercare in lungo e in largo, poi smettere, poi ricominciare, e domandarsi perché cavolo in giro non fa altro che vedere tipe che evidentemente l’hanno trovato. E potresti pure fermarle per strada e chieder loro dove l’hanno trovato, ma tanto non ti servirebbe… Nemmeno rubare il loro ti servirebbe perché quello che è perfetto per una non è che sia perfetto per tutte, figuriamoci per te che poi non ti vedi mai niente addosso…

Insomma puoi anche non trovarlo mai “IL” jeans perfetto, però quando lo trovi sai che non ti servirà avere molto altro nell’armadio per sapere sempre come vestirti.

E quando lo trovi, non importa che sia super brandizzato o economicissimo, che sia skinny o normale, è lui per sempre, la magia è quella, anche se in tutta una vita gli fai fare un milione di giri in lavatrice, anche se col tempo un po’ sbiadisce, anche se magari il tuo corpo un pochino cambia, lui è quella cosa che ti farà sentire sempre supergnocca e che non butterai mai dal tuo armadio…

Beh, ora provate a sostituire alla parola “jeans”, la parola che preferite… magari “uomo”, o “lavoro”… Ecco.

Selfie introspettivi (quando al posto dello smartphone hai una tastiera)

29 Gen

Io odio tutto, indistintamente. E poi, dopo pochi secondi, altrettanto onnivoramente adoro tutto. Sono un’adolescente imprigionata in un corpo che invecchia cercando di farmi cambiare fuori visto che non riesce a cambiarmi dentro.

Sono altalenante e instabile, insicura ma orgogliosa, fiera ma delicata, un’attacante fragile in difesa. Sono profonda e acuta, ma anche superficiale e infantile; possessiva e gelosa, ma emancipata; penso di “meritare di più”, ma spesso non so cogliere il valore di quello che ho; sono decisa ma titubante; so cosa voglio ma ho paura di averlo e tenermelo. Tendenza alla fuga: ce l’ho, ma ci stiamo lavorando. Ormonale? Lunatica? Certo, come si conviene a ogni donna. Testarda quanto basta. Capricciosa al bisogno. Voglio tutto e subito. Desidero la stabilità ma cerco sempre qualcosa di più, non mi accontento pur avendo tutto quello che si può volere.

Confessioni digitali? Prendetelo come un selfie, dato che è la parola del 2013. Ma non di quelli in posa, con le labbra a culo di gallina (espressione alla quale sono rimasta affezionata, usata dalla mia prof di francese del primo liceo per insegnarci a pronunciare i suoni nasali… non mi soffermo sul fatto che questa immagine veniva rappresentata anche graficamente con il risultato che la lavagna dopo l’ora di francese sembrava quella di un’aula di anatomia), le ormai diffuse duck face, le tette leggermente di fuori, la luce giusta e gli effetti instagrammosi. No, questo è un selfie da dentro, non di quelli dove vuoi apparire gnocca e aumentare la tua autostima contando i like e i commenti ricevuti. Un selfie senza filtri, perché che senso ha voler sempre per forza apparire belli, sexy, perfetti anche appena svegli? Voler apparire buoni, sempre allegri, immuni ai sentimenti negativi, alla gelosia, al nervosismo da ciclo, all’abbattimento da “oggi i capelli mi stanno uno schifo” o da “quella è molto più magra di me”?

Essere vs apparire. Tutto pare ridursi a questo e l’apparire ha trovato nel web uno strumento di diffusione notevolmente di impatto, perché – diciamocelo – chi cerca di essere sul web si fa strada, come nella realtà, con più fatica, ci vuole più tempo. E quindi tendenzialmente tutti, a un certo punto, in un momento o nell’altro delle nostre vite, cerchiamo di apparire. Non per forza di apparire con il nostro aspetto esteriore, ma di apparire in un senso allargato. Apparire nel senso di mostrarci ciò che non siamo. Fingere, insomma, di essere.

Fingiamo di essere forti e piangiamo chiusi in bagno. Fingiamo di essere sexy e aggressivi, e appena soli indossiamo il rassicurante pigiama con gli orsacchiotti. Fingiamo di essere sicuri di noi stessi e invece dentro di noi ci sono più punti interrogativi che nel libro delle domande. E come per le bugie, che una tira l’altra, quando si finge sulla propria natura poi si continua a farlo e a volte si perde il confine tra l’essere e l’apparire, tra quello che raccontiamo di noi, quello che costruiamo su di noi e quello che siamo dentro. E poi alla fine questa doppia personalità ci dilania, perché diventa una patologia a tutti gli effetti, e noi ci caschiamo dentro, fautori noi stessi del nostro disturbo dissociativo.

Quando si arriva al limite allora, un bel selfie può servire. Per questo prendo la mia fotocamera preferita, la tastiera del pc, e scatto. E il risultato è un autoscatto che forse non riceve tanti Like o cuoricini, ma che a me fa bene guardare e magari uno di questi giorni lo incornicio anche…

E le chiamano ferie… queste ferie con la febbre…

15 Gen

Per qualcuno sono stati giorni di festa, di relax, di riposo. Per altri se non altro sono state ferie. Per me è stato vuoto cosmico.

Dei tanti, tantissimi giorni di chiusura aziendale che avevo per stare quasi del tutto in pace, ricordo sì e no i primi 6. Che poi coincidono con quelli passati nella natia patria del mio lui, durante i quali forse avrei potuto salvarmi dalla bronchite di proporzioni catastrofiche che mi attendeva dietro l’angolo, se solo mi fossi curata e non fossi stata in giro giorno e notte per far godere a pieno il suddetto lui dei pochi giorni di vacanza a casa sua (ndr Si noti il tema dell’animo predisposto al sacrificio per amore che si ripropone).

Allo scoccare esatto della data in cui ci siamo infilati in auto per ripartire verso Nord, come se il mio corpo generosamente avesse resistito ai batteri, tenendo erette le ultime barriere di difesa fino al possibile e poi, conscio dell’imminente e di aver tenuto eroicamente duro nei giorni clou, avesse dichiarato la resa, il VIRUS si è abbattuto.

Si è abbattuto su di me con violenza, come tutte le cose trattenute troppo a lungo esplodono poi più forti, più cattive, più cocenti, come i sentimenti, come la pioggia, come l’acne, come l’afa. Si è abbattutto cancellando i miei successivi 11 giorni di ferie, i festeggiamenti, l’arrivo del nuovo anno, i pranzi e le cene da gustare, i giri fuori porta da fare, gli amici da vedere.

Così è iniziato il 2014, come era finito il 2013, tra antibiotici e delirio. Che sia un modo del mio corpo per dirmi “Tiè, hai appena compiuto 29 anni e questi sono i 12 mesi che ti porteranno ai 30. Pensavi di essere ancora giovane e forte???”

Beh, non ce n’era bisogno. In ogni caso siamo a metà gennaio e io mi lecco ancora le ferite, ma – cosa ancor peggiore – sono rientrata a lavoro come se lo stacco non ci fosse mai stato e ora mi domando con angoscia esistenziale: “Ma davvero dovrò aspettare Pasqua per le prossime vacanze???”

Sgomento a parte, buon anno a tutti!

“LA” scelta, ovvero raggiungere la consapevolezza di donna

19 Dic

Il Natale si avvicina e il mio consueto conto alla rovescia quest’anno segna anche un altro momento: quello che, a tutti gli effetti, vedrà il mio passaggio a “donna”.

Dico “donna” in quanto essere umano propenso per natura al sacrificio, alla rinuncia, alla generosità incondizionata e all’adattabilità.

Questo rito di passaggio di solito si compie attraverso una scelta. Si tratta delLA scelta, non una scelta qualunque, “LA” scelta“LA” scelta può assumere forme diverse di vita in vita, di donna in donna, ma ciò che la configura come “LA” scelta sta nella natura delle sue opzioni. Le opzioni della scelta (sempre la suddetta, con l’articolo maiuscolo) sono due.

L’opzione numero uno prevede, sempre sotto varie forme, di continuare a essere un individuo autonomo e indipendente, di rimanere insomma in quel limbo che rappresenta la fase della vita nota anche come “libertà”, durante la quale, sganciatisi dalla “dipendenza dalla famiglia di origine”, possiamo essere noi stessi e nient’altro che questo, una sorta di monade (almeno per le questioni logistiche e  pratiche, si intende). Questa fase di norma dura pochi anni e tra le sue caratterstiche più universalmente note e apprezzabili conta: libertà di cenare all’ora che si desidera e perfino di non cenare; libertà di rincasare la notte all’ora che si desidera e perfino di non rincasare; libertà di alzarsi all’ora che più aggrada nel weekend e perfino di non alzarsi affatto dal letto per un giorno intero; libertà di passare una serata in pigiama piangendo davanti alla TV mangiando schifezze perché abbiamo avuto una giornata storta in ufficio senza che nessuno cerchi di consolarti e senza doveri verso nessuno; libertà di portare a dormire chi si desidera; libertà di tornare al nido familiare per festività e vacanze, facendosi coccolare senza dover alzare un dito e senza sensi di colpa e via discorrendo.

Questa fase tendenzialmente dura fino a quando non si ricade nella trappola della “dipendenza”, che nella sua seconda stagione si configura di solito come dipendenza autoimposta. Si tratta infatti della dipendenza da una nuova famiglia, della quale siamo noi stessi i fautori, che parte da una coppia e può prevedere un’evoluzione numerica che determina poi, in modo direttamente proporzionale, il grado di profondità della stessa.

Da qui ha origine l’opzione numero due appunto, che tante donne finiscono inevitabilmente per selezionare, a volte anche senza renedersene conto nell’immediato, assoggettandosi a quella che, volenti o no – femministe di tutto il mondo non me ne vogliate – è la nostra natura appunto, ovvero quella di individui estremamente portati ad adattarsi per amore.

Questo momento, qualunque sia la forma che nella vita di ciascuna possa prendere, risulta essere spesso doloroso per almeno due motivi: primo perché ci dimostra di non essere immuni o “diverse” dalle altre; secondo perché ci rivela quello che la nostra vera natura ha in serbo per noi: una strada di montagna, fatta di panorami spettacolari e soste rifocillanti in calde baite, ma comunque lunga, faticosa e in salita.

La mia scelta, il mio rito di passaggio arriva agghindato di lucine. Babbo Natale quest’anno ha deciso di regalarmi “la conoscenza” della mia natura. Per la prima volta nella mia vita quest’anno seguirò il mio uomo nella sua terra natale per trascorrere il Santo Natale, nonché il mio compleanno, con lui e la sua famiglia. Complici questioni logistiche oggettive, per la prima volta nella mia vita non passerò queste due giornate di festa in famiglia, o almeno all’interno del mio nucleo familiare originario. Stravolgerò le mie abitudini, le mie tradizioni, i miei affetti per non separarmi dalla mia dolce metà, per dare inizio a una nuova tradizione di Natale, la nostra.

Dopo questo Natale niente sarà più come prima e io lo so. Certo, l’ultimo dell’anno lo passeremo dai miei, certo il prossimo anno, scambieremo le parti per passare il Natale da me e poi spostarci da lui, certo in uno dei prossimi e forse non lontani anni, rimarremo a casa nostra per le feste invitando tutti da noi. Le opzioni poi saranno tante, ma in ogni caso nulla sarà più come prima. E chi ci è passata lo sa.

Non si tratta di scegliere tra famiglia e compagno, si tratta di capire che è arrivato QUEL momento in cui la tua famiglia si allarga e comprende in modo stabile anche lui e la sua famiglia.

E allora non mi resta che accettare le conseguenze della mia scelta, le conseguenze dell’amore, e augurare a tutti buon Natale.

“Falchetti”, basta la parola…

15 Nov

Premesso che io di politica non voglio parlare, non ora non qui, e che nemmeno mi reputo la persona più informata sui fatti, mi diverte leggere in questi giorni dei tanto chiacchierati “falchetti” del Pdl che spopolano su tv, web e blog, ricordandomi in fondo che tutto il mondo è paese e che esistono modelli che si ripetono in quasi ogni contesto e società.

Diciamo che visti da fuori i “falchetti” altro non appaiono che giovani figli di papà, amici di gente con qualche aggancio in politica, con tipico abbigliamento da “fashion victims” e modi di porsi abbastanza “atteggiosi”. Non sembrano cime, non sprigionano carisma o pillole di genialità, ma ovviamente è giusto lasciare a tutti il beneficio del dubbio, soprattutto tenendo conto che, poco più che adolescenti, sanno presumibilmente poco o niente della vita reale.

Allora, “reclutare facce nuove” è un concetto di per sé positivo se non fosse che spesso – come tanti altri concetti – viene mistificato, frainteso nel suo senso profondo, male interpretato e di conseguenza male usato, finendo per avvicinarsi più al concetto di casting che ad altro. Forse si dovrebbe partire già dall’espressione: “reclutare cervelli nuovi” sarebbe già più funzionale…

Comunque… Al di là delle due risate che uno, con un pizzico di cattiveria, può farsi ascoltandoli parlare in tv – in fondo i giornalisti sono bestie crudeli e sanno che tasti andare a toccare per far passare l’immagine che hanno in testa preventivamente –  ciò che più mi ha divertita è stata la reazione dei giovani militanti del partito che stanno fronteggiando con alquanto malcelato disprezzo – invidia, forse? paura? – questi ragazzini «senza alcuna esperienza mandati in tv per rappresentare a mala pena se stessi». Perché si sa, «la politica è soprattutto sacrificio e militanza». Leggo le parole di alcune di loro dall’articolo del Corriere.

Ebbene cari giovani militanti del Pdl… benvenuti nel club! Benvenuti in un mondo dove uno si fa il mazzo per anni, dopo aver studiato, lavorato e studiato contemporanemente, e poi ancora lavorato, e nonostante questo si trova imprigionato in un lavoro sottopagato, spesso contrattualmente sottostimato e che ciononostante deve ringraziare di avere, sentendosi anche in colpa per essere stato forse a volte, scusate non volevo, troppo choosy, almeno col pensiero.. Sì però… non ho ancora coperto le spese per lo studio coi soldi che guadagno lavorando da 6 anniSssshhhh…. no scusate, non volevo, era per dire, cioè io lo so che sono fortunata, c’è chi sta peggio.. c’è chi non ha lavoro… 

Benvenuti nel club, a guardare approdare i “falchetti” – che se il nome appioppato loro ha una connotazione così palesemente negativa non è colpa mia, ma se a loro (loro falchetti, Santanchè, Berlusconi, Pdl e quant’altri) anche solo lontanamente piace, beh, possono essere paragonabili solo a quelli della casa dei Serpeverde di Hogwarts (Harry Potter docet… ndr). Che poi in questo caso il Cappello Parlante sarebbe la Santanchè?? E Berlusconi chi sarebbe? Salazar Serpeverde?? Ok, ok non ci incasiniamo…

In ogni caso, benvenuti nel club! Perché i “falchetti” sono dappertutto. Io ne incontro ogni giorno anche qui, nella parte del mondo lontana dai riflettori e dalla scena pubblica. E la colpa non è loro, ma di una società che li seleziona ante causam, predestinandoli a un futuro brillante prima ancora che si verifichi una qualsivoglia condizione che spinga il resto del mondo ad attestargli un qualche specifico merito.

E non è che il resto del mondo sia fatto solo di gente gretta, meschina e invidiosa,  che ce n’è anche quella, che rosica a prescindere. Il fatto è che il resto del mondo è fatto anche di gente che non ha nulla in contrario se quelli in gamba si fanno vedere, si fanno sentire, vengono messi sotto un riflettore, perché quelli in gamba quando trovano il loro posto aiutano tutti, la società intera, solo vorrebbero che tutte le persone in gamba avessero le stesse opportunità e che il farsi vedere, il farsi sentire, l’essere sotto a un riflettore dipendesse da una loro capacità, da un loro merito reale.

“Meglio non avere ciò di cui s’è meritevoli, che essere immeritevoli di ciò che si ha.” (Arturo Graf)