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Con lo scrittore che è in me…

9 Ott

Avete mai pensato a quanto debba essere difficile scrivere un libro? Io non mi capacito di come così tanta gente riesca a scriverne continuamente. Belli o brutti che siano poi, non fraintendetemi. Ma non c’è niente di più difficile che mi venga in mente che scrivere un libro…

Io ci ho provato piu di una volta. A me basterebbe scriverne uno, uno soltanto.

Perché? Perché in fondo al mio cuore, sulla punta delle mie dita, nella memoria dove custodisco il mio futuro, io lo so che devo farlo. Perché ho imparato a scrivere che ancora non andavo a scuola, e questo vorrà pur dire qualcosa…

Perché l’oggetto dell’infanzia che ricordo con più fascino è la vecchia Olivetti di mia nonna posata sul tavolo dello studio a casa sua…

Perché a 8 anni, ho scritto il mio primo racconto, io lo chiamavo libro ma vabbè avevo 8 anni. Era un giallo, una storia di furti, ambientata a Oslo, che io all’epoca manco sapevo dove fosse, ma avevo chiesto a mio padre di dirmi un nome di una città fuori dall’Italia, una fredda ne volevo, con un’atmosfera adatta. Oslo, non potevo saperlo a 8 anni, ma era perfetta. In effetti anche lui, anche mio padre, ha avuto un ruolo fondamentale in questa mia convinzione di dover scrivere un libro prima o poi. Oltre a suggeritore di ambientazioni, è lui il primo scrittore che io abbia conosciuto dal vivo. Certo inedito, non pubblicato, ma mio padre è un grande poeta, il suo stile mi ha ispirato, forse non nella scrittura – la mia è prosa e lo stile è un altro – ma nella lettura del mondo sì.

E poi, dopo gli 8 anni, di scrivere non ho più smesso. Che fossero temi, il diario o gli articoli sportivi per la squadra di calcetto dei miei amici. La prima volta che ho visto online un pezzo che avevo scritto ho provato un’emozione che neanche avessi vinto il Nobel per la letteratura. Certo era il 2007 e vedere online una cosa scritta da te sembrava una figata quasi quanto aver pubblicato in libreria. La massificazione del mestiere di “scrittore/giornalista” era appena al principio.

Ora scrivo sul web più spesso di quanto mi tocchi i capelli e quell’emozione l’ho persa. Così come ho perso l’illusione che mestieri come il giornalista, per esempio, siano realmente circondati da quell’aurea di idealismo e poesia che attribuivo loro un tempo. Perché idealista un po’ io lo sono sempre stata e con quello che idealizzavo non sono mai riuscita a scendere a compromessi. Non che io sia una che molla facilmente, ma ciò a cui non mi sono mai arresa è l’idea del compromesso.

Diciamo che con lo spirito di conciliazione ci sono nata, ce l’ho nel sangue. In famiglia, con gli amici, col mio uomo: in certe situazioni raggiungere un punto di incontro è qualcosa che non ho mai percepito come un pattaggiamento. E’ uno stile di vita, un sine qua non, un sinonimo d’amore.

Ma patteggiare con gli ideali, con i miei immaginari, la mia fantasia, quello no, non ho imparato ad accettarlo. Da giovane ho creduto nella politica, poi ho smesso. Da giovane ho inseguito l’ideale di un giornalismo che poi ho capito non esistere come lo immaginavo io – che poi forse, mea culpa, era un’immagine un po’ troppo romantica e stereotipata – però, piuttosto che accettare la realtà, o meglio l’inesistenza della realtà che mi ero costruita in testa, ho preferito girare i tacchi e cercare altrove.

Ma scrivere un libro no, questa sarebbe un’altra cosa. Mi basterebbe scriverne uno, uno soltanto… Non per mestiere, non per guadagnare, non per la gloria. Ma perché lo sento nelle dita, ogni volta che ho davanti una tastiera e la guardo come un musicista guarda un piano o come si guarda l’orizzonte, infinito e pieno di possibili storie, ogni volta che guardo fuori dal finestrino di un treno e mi vengono in mente cose che vorrei poter scrivere per fermarle e no, sono in treno, e no, maledetta epoca moderna che carta e penna in borsa non le tieni più e allora prendo lo smartphone e scrivo papiri con tasti minuscoli… Ogni volta penso che un libro prima o poi dovrò scriverlo, anche se non c’è niente di più difficile che mi venga in mente…

Dell’essere, del divenire, dell’apparire e… dell’odiare

7 Mar

2Ci saranno momenti in cui maledirai il fatto di essere donna. I peli da togliere, i capelli da tingere, il trucco, l’idea del tacco e le sue dolorose conseguenze, per non parlare di QUEI giorni, già quei giorni… Odierai essere donna quando ti arriveranno per la prima volta (e poi una volta al mese per tutti i mesi a venire), quando ti crescerà il seno e i compagni di scuola ti prenderanno in giro e quando poi non ti crescerà più e ti prenderanno in giro comunque. Lo odierai quando lui non ti richiamerà, ripetendoti che è perché noi donne siamo più sensibili, che ci affezioniamo troppo presto, che crediamo a tutto. Odierai essere donna quando sarai costretta a metterti in tiro x farti notare a una festa, mentre lui in jeans e maglietta sarà comunque un figo da paura o quando quei due chili in più, messi su a Natale, ti faranno sembrare una balena, mentre lui sembrerà solo “in salute”. Lo odierai tantissimo quando sentirai i tuoi colleghi maschi fare battute da bar e ridere con il tuo capo, per poi zittirsi appena arrivi tu, piccolo fragile fiorellino. Lo odiavi anche da piccola quando notavi quella complicità da spogliatoio tra tuo padre e tuo cugino che tanto desideravi e dalla quale eri esclusa a priori per il fatto di essere donna.

Odierai essere donna quando ti accorgerai che gli uomini pensano che, quando siete sole, voi donne parliate solo di smalti e depilazione (che a volte è pure vero) e ancora di più quando la tua migliore amica avrà un attacco di gelosia nei tuoi confronti e non ti parlerà per giorni, mentre agli uomini basta una partita di calcetto per risolvere tutto.

Lo odierai quando, decidendo come vestirti per la serata, sceglierai le scarpe basse se devi tornare a casa da sola coi mezzi, perché così se serve puoi correre più velocemente…

Lo odierai spessissimo, considerandolo a volte quasi un handicap, desiderando di frequente di essere nata uomo, per poter andare in giro per il mondo con il tuo carattere forte, deciso, a volte spavaldo, senza che gli altri ti taccino di essere acida o prepotente, solo per il fatto di aver chiaro in testa ciò che sei.

Ma poi arriveranno gli altri momenti – molti di più, vedrai – quelli in cui capirai che, essere donna, tanto quanto essere uomo, forse di più, è un dono. Saranno tanti e spesso molto meno universali, perché più veri e personali. Ci sarà la maternità, certo, ma ci saranno anche le entrate gratis nei locali e i drink pagati da chi ti vuole abbordare (cose che comunque schifo non fanno), le rose rosse; ci sarà quella complicità speciale tra donne, che magari è più rara e meno goliardica, ma che quando si trova è speciale perché parla di secoli condensati in una consapevolezza condivisa. Ci saranno questi momenti e tanti, tanti altri, ma al di là di questi, un’altra cosa capirai che ti consolerà.

Infatti capirai che agli uomini probabilmente capita quanto a te di odiare il fatto di essere uomini: la barba da fare tutti i giorni per andare in ufficio; l’abito con giacca e cravatta anche quando ci sono 40 gradi; i capelli brizzolati da tenersi, ché tingersi “non è da uomo”; QUEI giorni che magari li potesse avere, ma li ha lei e può usarli come scusa per essere insopportabile… Forse odieranno essere uomo quando si imporranno di aspettare per richiamarla, perché è più da figo “tenebroso e impossibile” e magari poi perderanno un’occasione. E penseranno “magari essere donne”, quando si infileranno il solito jeans, la solita maglietta e il solito paio di scarpe sia per farsi un giro in centro che per andare a ballare.

Forse desidereranno, ogni tanto, non dover ruttare più forte degli altri per ridere con gli amici o che le donne smettano di pensare che tra maschi si parla solo di calcio, tette e motori (che non sia così???), o vorranno potersi permettere, qualche volta, di piangere o di fare una scenata con un amico invece di passarci sopra con una pacca sulla schiena in spogliatoio.

Insomma, donne o uomini, forse siamo tutti, almeno a volte, “vittime” della società e delle sue imposizioni, così frequentemente simili a stereotipi e caricature, ma così fortemente vincolanti e radicate.

“Donne non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo; è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna.” Così scriveva Simone de Beauvoir e credo che – almeno in questo la parità dei sessi pare proprio venga rispettata – il discorso valga sia per le donne che per gli uomini.

Eh???

12 Nov

ehUna vita per cercare di evitarlo perché “non è buona educazione”, perché “non sta bene”, perché piuttosto è meglio dire “scusa, non ho capito, potresti ripetere?” e poi pure gli scienziati ce lo dicono. Secondo una recente ricerca olandese, il più efficace verso che io abbia in vocabolario, “eh?”, non solo sarebbe una delle poche, forse l’unica, “parola” diffusa in tutte le lingue del mondo, ma sarebbe in uso praticamente da sempre, o almeno fin dall’esistenza delle prime forme di comunicazione primordiali.

“Eh?” – che in inglese suona “Huh?”, in spagnolo “E?“, in  tedesco “He?” e in cinese “A?” – è il modo più rapido che l’umanità ha trovato per dire “Ops, c’è un problema, non sono in grado di rispondere in modo appropriato.” Insomma il modo più rapido per segnalare che qualcosa non va. Insomma, il modo più rapido per nascondersi dietro a un dito

Ecco qua. Ancestrale e globale. Ma anche intergenerazionale, democratico, senza distinzioni di genere. Poveri e ricchi, giovani e adulti, uomini e donne; non fa differenza, tutti ci siamo nascosti, di certo più di una volta, dietro a un “eh?”.

Quante volte, adolescenti strafottenti, abbiamo assunto la tipica espressione da “questo è pazzo” guardando i nostri genitori, con l’occhio sbilenco, il naso arricciato e tra i denti un mugugnato “eh????” (i punti interrogativi sono direttamente proporzionali al pathos della situazione e al grado di assurdità percepita rispetto al divieto parentale imposto ndr)? E quante volte a scuola, interrogati in una qualsivoglia materia dopo aver passato il pomeriggio precedente ovunque fuorché davanti ai libri, abbiamo cercato di prendere tempo con un balbettato e reiterato “eh??” (qui i punti interrogativi variano in base alla faccia tosta del pronunciante ndr)? Quante volte poi, in più “matura” età, ci siamo nascosti dietro a un “eh?” quasi sussurato e, negli anni tanto affinato da diventare verosimilmente di sincero stupore, quando rientrando a casa il nostro partner ci ha posto davanti a domande fatidiche quanto retoriche del tipo “Amore hai comprato il pane?” o “Ti sei ricordata di pagare la bolletta che scadeva oggi?”

Insomma, che la specie umana si è evoluta incredibilmente non ce lo dimostrano solo le scoperte in campo medico, scientifico, tecnologico o astrofisico. Ce lo dimostra forse più di ogni altra cosa la lingua. Perché un verso generato istintivamente e istintivamente tramandato fin dall’era primordiale per comunicare all’altro che non possiamo capirlo e che dunque non possiamo rispondere alla sua richiesta, si è trasformato nel corso dei milenni nel modo più veloce e facile di evitare di ammettere la propria incapacità e il proprio fallimento cercando di ribaltarlo sull’altro.

Potere dell’interpretazione.

La fragilità dell’opinione pubblica

7 Nov

Da anni ormai mi capita di incastrarmi nel ragionamento sulla dualità diabolica tra libertà di espressione e libertà di pensiero. Nella fattispecie di come questi due principi paralleli possano coesistere nell’epoca dei mass media e dell’utilizzo di parte che la nostra società ne fa.

Di solito mi trovo a riflettere su questo tema nei periodi di campagna elettorale, ma oggi mi è capitato invece leggendo per puro caso un articolo in rete. Stesso risultato comunque, ovvero mal di testa e sensazione netta di trovarmi in un circolo vizioso senza via d’uscita.

L’articolo letto per caso era un pezzo, di per sé abbastanza banale, che però mi ha colpito per la critica aggressiva a Gramellini e al suo buongiorno quotidiano su La Stampa. L’accusa alla rubrica – che prima di oggi non leggevo – e al suo autore, era quella di scegliere ogni giorno un hot topic banalizzandolo in poche righe e farcendolo di considerazioni e commenti perbenisti e vacui. L’esempio portato era quello di uno degli ultimi giorni nel quale, partendo da una notizia su un algoritmo che permetterebbe di fare previsioni sulla durata delle relazioni di coppia tramite informazioni fornite da Facebook, Gramellini criticava la tendenza a matematizzare il mondo, anche quello dei sentimenti, attraverso formule che per lo più arrivano a dimostrare quello che magari da secoli è senso comune dell’uomo della strada.

Ecco, francamente non posso dire di non aver pensato la  medesima cosa (ndr “che cavolata!”) quando due giorni fa ho letto dell’algoritmo sulle social-relazioni, ma devo ammettere anche che, leggendo quell’articolo, pur non avendo mai seguito la rubrica de La Stampa, l’impressione che ne ho avuta è stata alquanto negativa.

Insomma leggendo, volente o nolente, mi sono costruita un’opinione su una “cosa X” che non conoscevo direttamente, ma che mi veniva descritta. Io la “cosa X” poi sono andata a cercarla. Per curiosità, per vicinanza al settore, perché Gramellini è un personaggio conosciuto, perché ho letto i suoi libri e per quanto fiabeschi mi sono piaciuti? Questo non lo so. Però la “cosa X” ho cercato di conoscerla direttamente e me ne sono fatta un’idea mia, costruita, questa volta, sull’esperienza diretta. Che piacciano o no poi la rubrica, l’autore, i suoi pensieri, questo ha poca importanza. Il punto è: chissà quante volte succede.

Chissà quante volte succede – in primis a me che mi professo attenta, informata, sgamata sul mondo della comunicazione e sui suoi tranelli – chissà quante volte succede che le “nostre” opinioni non siano realmente le nostre. Che per pigrizia, per ignoranza, per disattenzione ci limitiamo a pensare i pensieri degli altri, a costruire idee su fondamenta buttate da altri. E anche come può essere facile, non essendo realmente nostre, che il primo bravo oratore di passaggio riesca a inculcarcene altre.

La fragilità delle opinioni personali fa riflettere sulla fragilità della loro somma, di quell’opinione pubblica così spesso modellata da altre entità, senza che neanche ce ne rendiamo conto.

I canali di informazione a senso unico non possono salvarci da questo rischio. Solo noi possiamo aiutarci, studiare noi stessi anche. Perché forse farsi influenzare dal mondo esterno è inevitabile, ma anche l’influenza può diventare uno stimolo a scoprire una cura se si impara a riconoscerne in tempo i sintomi. Se ci stimola, insomma, a informarci su più fronti, a discutere, ad ascoltare sì, ma non in modo passivo, bensì attivo e proattivo, a portare avanti il baluardo di quell’informazione partecipata che troppo spesso viene fraintesa, ma che un utilizzo attivo e intelligente della rete è certamente una delle strade per diffondere.

Cos’è la rete lo capisci quando sei pronto

15 Ott

Cos’è la rete io dovrei saperlo e per svariati buoni motivi.

Uno: ho meno di 30 anni. Questo mi colloca a pieno titolo all’interno di una generazione che può considerarsi non dico di nativi digitali, ma quasi. Se il primo pc comparso in casa mi ha trovato pre-adolescente e il primo cellulare l’ho avuto in mano a 15 anni, c’è da dire che la mia università era già “pc-dotata”, che gli statini erano già elettronici, che la mia tesi l’ho scritta al pc e che quando sono entrata nel mondo del lavoro – anche il primissimo – la conoscenza del pc era già condizione pressoché sine qua non.

Due: ho studiato all’estero e vissuto lontana da casa da quando avevo poco più che vent’anni. Non vivendo nella tua piccola cittadina di mare, accanto a famiglia e amici, dove se vuoi dire alla tua sorellina che il pranzo è pronto ti basta gridare dalla finestra o dove se ti viene in mente una cosa da raccontare alla tua amica del cuore inforchi la bici e le citofoni un attimo, inevitabilmente devi attivarti in fretta per accedere a tutta la tecnologia possibile e immaginabile per non restare fuori dal mondo, o quanto meno tenere aggiornati tutti delle cose fighissime che fai ora che sei lontana.

Dulcis in fundo io nel e col web, ormai da qualche anno, ci lavoro. Ci lavoro significa che sono quella che si può definire una community manager/ social media specialist/ web content editor e via dicendo. Più conscia di così non si dovrebbe poter essere.

Eppure mi rendo conto che della rete non ho capito il senso vero e reale se non recentemente. Perché quando uno ci lavora dentro ne vede le potenzialità immense e le sperimenta, ma spesso le etichetta come “LAVORO” e chiude tutto in un cassetto quando esce dall’ufficio. E poi spesso capita che se “dentro” a una cosa ci stai 8 o più ore al giorno, quando ne esci non è che hai tanta voglia di ritornarci per tuo diletto personale, diciamocelo. Un po’ come quando sei ragazzina che metterti in tiro e infilare i tacchi il sabato sera per le prime volte ti sembra una figata, poi arrivi nel mondo del lavoro dove sei pseudo-costretta a vestirti in maniera agghindata e il sabato sera sogni scarpe da tennis e tuta. Una cosa così.

Insomma, il web offre conoscenza, ti dà la possibilità di metterti in contatto con persone lontane, di abbattere barriere sia fisiche che culturali, di portare il progresso, di far conoscere alle masse cose che altrimenti rimarrebbero di nicchia, di unire e tanto altro, ma spesso e per molti tutto questo si limita a leggere il quotidiano online e a commentare qualche foto sui profili social degli amici.

La verità è che il web ti apre le porte su mondi possibili che solo per puro caso non sono i tuoi. Ti fa conoscere persone che in un’altra epoca non avresti mai avuto l’opportunità di conoscere, ti fa ascoltare storie che non avresti mai potuto ascoltare altrimenti. E questo a volte lo scopri nella banale contingenza di un incidente di percorso.

Io per esempio ho scoperto nel web il potere della condivisione quando mi hanno consigliato di fare un’ago biopsia.

Quando senti questa parola, è inutile, esce la paura, e quello che ti dice il medico non basta. Magari vuoi prefigurarti anche lo scenario peggiore, scoprire tutti i sintomi per eliminarli uno a uno – o iniziare a sentirli dal giorno dopo. Magari vuoi solo sapere se fa male da chi l’ha fatto. E siccome il porta a porta su questo tema non è indicato, scopri la rete, che poi ce l’hai sempre avuta lì ma non l’hai considerata mai nella veste di intimo confessore. Eppure quando entri ti accorgi che è più facile così. Lì puoi aprirti, dire che hai paura, cosa che non fai con chi ami per non spaventarlo. Puoi chiedere che ti raccontino anche le cose peggiori, quelle che un medico non ti dice per non allarmarti. Puoi conoscere persone fortissime e imparare da loro. Puoi uscire più forte e meno solo.

Certo poi torni alla tua vita reale, ma quelle esperienze, quelle storie quelle persone restano nel tuo background, ti cambiano come ti cambiano i fatti che vivi ogni giorno e pensi che se non ci fosse il web le loro storie sarebbero rimaste chiuse dentro a un ospedale, tra le mura domestiche e così anche i loro insegnamenti.

Il mio è solo un esempio, la mia personale esperienza di “illuminazione”, declinabile in tutte le salse possibili, tutte quelle utili a farti accorgere a un certo punto che, proprio come facciamo con il nostro cervello, anche della rete sfruttiamo solo una minima percentuale delle sue infinite possibilità.

C’è chi di questo è più consapevole e chi lo è meno, c’è chi cerca di diffondere la cultura della rete e lo fa perché sa che c’è da impararne e da vivere meglio. E la rete poi non se lo dimentica.