“LA” scelta, ovvero raggiungere la consapevolezza di donna

19 Dic

Il Natale si avvicina e il mio consueto conto alla rovescia quest’anno segna anche un altro momento: quello che, a tutti gli effetti, vedrà il mio passaggio a “donna”.

Dico “donna” in quanto essere umano propenso per natura al sacrificio, alla rinuncia, alla generosità incondizionata e all’adattabilità.

Questo rito di passaggio di solito si compie attraverso una scelta. Si tratta delLA scelta, non una scelta qualunque, “LA” scelta“LA” scelta può assumere forme diverse di vita in vita, di donna in donna, ma ciò che la configura come “LA” scelta sta nella natura delle sue opzioni. Le opzioni della scelta (sempre la suddetta, con l’articolo maiuscolo) sono due.

L’opzione numero uno prevede, sempre sotto varie forme, di continuare a essere un individuo autonomo e indipendente, di rimanere insomma in quel limbo che rappresenta la fase della vita nota anche come “libertà”, durante la quale, sganciatisi dalla “dipendenza dalla famiglia di origine”, possiamo essere noi stessi e nient’altro che questo, una sorta di monade (almeno per le questioni logistiche e  pratiche, si intende). Questa fase di norma dura pochi anni e tra le sue caratterstiche più universalmente note e apprezzabili conta: libertà di cenare all’ora che si desidera e perfino di non cenare; libertà di rincasare la notte all’ora che si desidera e perfino di non rincasare; libertà di alzarsi all’ora che più aggrada nel weekend e perfino di non alzarsi affatto dal letto per un giorno intero; libertà di passare una serata in pigiama piangendo davanti alla TV mangiando schifezze perché abbiamo avuto una giornata storta in ufficio senza che nessuno cerchi di consolarti e senza doveri verso nessuno; libertà di portare a dormire chi si desidera; libertà di tornare al nido familiare per festività e vacanze, facendosi coccolare senza dover alzare un dito e senza sensi di colpa e via discorrendo.

Questa fase tendenzialmente dura fino a quando non si ricade nella trappola della “dipendenza”, che nella sua seconda stagione si configura di solito come dipendenza autoimposta. Si tratta infatti della dipendenza da una nuova famiglia, della quale siamo noi stessi i fautori, che parte da una coppia e può prevedere un’evoluzione numerica che determina poi, in modo direttamente proporzionale, il grado di profondità della stessa.

Da qui ha origine l’opzione numero due appunto, che tante donne finiscono inevitabilmente per selezionare, a volte anche senza renedersene conto nell’immediato, assoggettandosi a quella che, volenti o no – femministe di tutto il mondo non me ne vogliate – è la nostra natura appunto, ovvero quella di individui estremamente portati ad adattarsi per amore.

Questo momento, qualunque sia la forma che nella vita di ciascuna possa prendere, risulta essere spesso doloroso per almeno due motivi: primo perché ci dimostra di non essere immuni o “diverse” dalle altre; secondo perché ci rivela quello che la nostra vera natura ha in serbo per noi: una strada di montagna, fatta di panorami spettacolari e soste rifocillanti in calde baite, ma comunque lunga, faticosa e in salita.

La mia scelta, il mio rito di passaggio arriva agghindato di lucine. Babbo Natale quest’anno ha deciso di regalarmi “la conoscenza” della mia natura. Per la prima volta nella mia vita quest’anno seguirò il mio uomo nella sua terra natale per trascorrere il Santo Natale, nonché il mio compleanno, con lui e la sua famiglia. Complici questioni logistiche oggettive, per la prima volta nella mia vita non passerò queste due giornate di festa in famiglia, o almeno all’interno del mio nucleo familiare originario. Stravolgerò le mie abitudini, le mie tradizioni, i miei affetti per non separarmi dalla mia dolce metà, per dare inizio a una nuova tradizione di Natale, la nostra.

Dopo questo Natale niente sarà più come prima e io lo so. Certo, l’ultimo dell’anno lo passeremo dai miei, certo il prossimo anno, scambieremo le parti per passare il Natale da me e poi spostarci da lui, certo in uno dei prossimi e forse non lontani anni, rimarremo a casa nostra per le feste invitando tutti da noi. Le opzioni poi saranno tante, ma in ogni caso nulla sarà più come prima. E chi ci è passata lo sa.

Non si tratta di scegliere tra famiglia e compagno, si tratta di capire che è arrivato QUEL momento in cui la tua famiglia si allarga e comprende in modo stabile anche lui e la sua famiglia.

E allora non mi resta che accettare le conseguenze della mia scelta, le conseguenze dell’amore, e augurare a tutti buon Natale.

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“Falchetti”, basta la parola…

15 Nov

Premesso che io di politica non voglio parlare, non ora non qui, e che nemmeno mi reputo la persona più informata sui fatti, mi diverte leggere in questi giorni dei tanto chiacchierati “falchetti” del Pdl che spopolano su tv, web e blog, ricordandomi in fondo che tutto il mondo è paese e che esistono modelli che si ripetono in quasi ogni contesto e società.

Diciamo che visti da fuori i “falchetti” altro non appaiono che giovani figli di papà, amici di gente con qualche aggancio in politica, con tipico abbigliamento da “fashion victims” e modi di porsi abbastanza “atteggiosi”. Non sembrano cime, non sprigionano carisma o pillole di genialità, ma ovviamente è giusto lasciare a tutti il beneficio del dubbio, soprattutto tenendo conto che, poco più che adolescenti, sanno presumibilmente poco o niente della vita reale.

Allora, “reclutare facce nuove” è un concetto di per sé positivo se non fosse che spesso – come tanti altri concetti – viene mistificato, frainteso nel suo senso profondo, male interpretato e di conseguenza male usato, finendo per avvicinarsi più al concetto di casting che ad altro. Forse si dovrebbe partire già dall’espressione: “reclutare cervelli nuovi” sarebbe già più funzionale…

Comunque… Al di là delle due risate che uno, con un pizzico di cattiveria, può farsi ascoltandoli parlare in tv – in fondo i giornalisti sono bestie crudeli e sanno che tasti andare a toccare per far passare l’immagine che hanno in testa preventivamente –  ciò che più mi ha divertita è stata la reazione dei giovani militanti del partito che stanno fronteggiando con alquanto malcelato disprezzo – invidia, forse? paura? – questi ragazzini «senza alcuna esperienza mandati in tv per rappresentare a mala pena se stessi». Perché si sa, «la politica è soprattutto sacrificio e militanza». Leggo le parole di alcune di loro dall’articolo del Corriere.

Ebbene cari giovani militanti del Pdl… benvenuti nel club! Benvenuti in un mondo dove uno si fa il mazzo per anni, dopo aver studiato, lavorato e studiato contemporanemente, e poi ancora lavorato, e nonostante questo si trova imprigionato in un lavoro sottopagato, spesso contrattualmente sottostimato e che ciononostante deve ringraziare di avere, sentendosi anche in colpa per essere stato forse a volte, scusate non volevo, troppo choosy, almeno col pensiero.. Sì però… non ho ancora coperto le spese per lo studio coi soldi che guadagno lavorando da 6 anniSssshhhh…. no scusate, non volevo, era per dire, cioè io lo so che sono fortunata, c’è chi sta peggio.. c’è chi non ha lavoro… 

Benvenuti nel club, a guardare approdare i “falchetti” – che se il nome appioppato loro ha una connotazione così palesemente negativa non è colpa mia, ma se a loro (loro falchetti, Santanchè, Berlusconi, Pdl e quant’altri) anche solo lontanamente piace, beh, possono essere paragonabili solo a quelli della casa dei Serpeverde di Hogwarts (Harry Potter docet… ndr). Che poi in questo caso il Cappello Parlante sarebbe la Santanchè?? E Berlusconi chi sarebbe? Salazar Serpeverde?? Ok, ok non ci incasiniamo…

In ogni caso, benvenuti nel club! Perché i “falchetti” sono dappertutto. Io ne incontro ogni giorno anche qui, nella parte del mondo lontana dai riflettori e dalla scena pubblica. E la colpa non è loro, ma di una società che li seleziona ante causam, predestinandoli a un futuro brillante prima ancora che si verifichi una qualsivoglia condizione che spinga il resto del mondo ad attestargli un qualche specifico merito.

E non è che il resto del mondo sia fatto solo di gente gretta, meschina e invidiosa,  che ce n’è anche quella, che rosica a prescindere. Il fatto è che il resto del mondo è fatto anche di gente che non ha nulla in contrario se quelli in gamba si fanno vedere, si fanno sentire, vengono messi sotto un riflettore, perché quelli in gamba quando trovano il loro posto aiutano tutti, la società intera, solo vorrebbero che tutte le persone in gamba avessero le stesse opportunità e che il farsi vedere, il farsi sentire, l’essere sotto a un riflettore dipendesse da una loro capacità, da un loro merito reale.

“Meglio non avere ciò di cui s’è meritevoli, che essere immeritevoli di ciò che si ha.” (Arturo Graf)

Eh???

12 Nov

ehUna vita per cercare di evitarlo perché “non è buona educazione”, perché “non sta bene”, perché piuttosto è meglio dire “scusa, non ho capito, potresti ripetere?” e poi pure gli scienziati ce lo dicono. Secondo una recente ricerca olandese, il più efficace verso che io abbia in vocabolario, “eh?”, non solo sarebbe una delle poche, forse l’unica, “parola” diffusa in tutte le lingue del mondo, ma sarebbe in uso praticamente da sempre, o almeno fin dall’esistenza delle prime forme di comunicazione primordiali.

“Eh?” – che in inglese suona “Huh?”, in spagnolo “E?“, in  tedesco “He?” e in cinese “A?” – è il modo più rapido che l’umanità ha trovato per dire “Ops, c’è un problema, non sono in grado di rispondere in modo appropriato.” Insomma il modo più rapido per segnalare che qualcosa non va. Insomma, il modo più rapido per nascondersi dietro a un dito

Ecco qua. Ancestrale e globale. Ma anche intergenerazionale, democratico, senza distinzioni di genere. Poveri e ricchi, giovani e adulti, uomini e donne; non fa differenza, tutti ci siamo nascosti, di certo più di una volta, dietro a un “eh?”.

Quante volte, adolescenti strafottenti, abbiamo assunto la tipica espressione da “questo è pazzo” guardando i nostri genitori, con l’occhio sbilenco, il naso arricciato e tra i denti un mugugnato “eh????” (i punti interrogativi sono direttamente proporzionali al pathos della situazione e al grado di assurdità percepita rispetto al divieto parentale imposto ndr)? E quante volte a scuola, interrogati in una qualsivoglia materia dopo aver passato il pomeriggio precedente ovunque fuorché davanti ai libri, abbiamo cercato di prendere tempo con un balbettato e reiterato “eh??” (qui i punti interrogativi variano in base alla faccia tosta del pronunciante ndr)? Quante volte poi, in più “matura” età, ci siamo nascosti dietro a un “eh?” quasi sussurato e, negli anni tanto affinato da diventare verosimilmente di sincero stupore, quando rientrando a casa il nostro partner ci ha posto davanti a domande fatidiche quanto retoriche del tipo “Amore hai comprato il pane?” o “Ti sei ricordata di pagare la bolletta che scadeva oggi?”

Insomma, che la specie umana si è evoluta incredibilmente non ce lo dimostrano solo le scoperte in campo medico, scientifico, tecnologico o astrofisico. Ce lo dimostra forse più di ogni altra cosa la lingua. Perché un verso generato istintivamente e istintivamente tramandato fin dall’era primordiale per comunicare all’altro che non possiamo capirlo e che dunque non possiamo rispondere alla sua richiesta, si è trasformato nel corso dei milenni nel modo più veloce e facile di evitare di ammettere la propria incapacità e il proprio fallimento cercando di ribaltarlo sull’altro.

Potere dell’interpretazione.

A parlar di stelle con il naso all’insù

11 Nov

indexL’ultima eclissi dell’anno, la cometa che sarà visibile sotto Natale, il pianeta più simile alla Terra mai scoperto, Curiosity e il suo “esilio” su Marte, Luca Parmitano e la sua missione sulla Stazione Spaziale Internazionale. Questi sono i miei piccoli ammutinamenti quotidiani.

Nonostante scriva in una testata online con focus su telecomunicazioni, tecnologia, mondo social e web, tra una review sul nuovo smartphone dell’azienda X, un articolo sulla nuova tariffa dell’azienda Y e uno sull’ultimissimo restyling del social network Z, infilo qua e là articoli che dire off-topic è dire poco. Eppure se lo faccio è perché penso sia importante.

Da piccola sfogliavo per ore i volumi dell’enciclopedia (ndr Esiste ancora nelle case l’enciclopedia??? Io nella mia non ce l’ho) che parlavano di pianeti e costellazioni e mi incantavo davanti a immagini che non erano altro che piccoli rettangoli scuri punteggiati di luce. Sognavo di fare l’astronauta, ma era un sogno di quelli che si fanno sapendo di sognare. Crescendo non ho mai davvero immaginato di andare nello spazio, eppure ricordo l’emozione pura quando, munita di vetrino protettivo, vidi la mia prima eclissi solare; i preparativi  “a festa”, tutti riuniti in balcone per assistere allo spettacolo, il senso di unicità del momento, il mistero di un mondo di fenomeni tanto grande e incontrollabile e lontano e potente, capace di far oscurare il cielo a notte e di far chiudere i fiori. Un’emozione che, in piccolo, provo ogni estate, quando intorno a San Lorenzo mi piazzo per ore in terrazza, aspettando una stella cadente con il naso all’insù, fino a che i muscoli del mio collo non implorano pietà, facendomi vedere ben altre stelle.

Mi piace parlare di stelle perché sono una delle poche cose in grado di incantare anche gli adulti, di provocare quello stesso stupore che rende i bambini capaci di guardare con meraviglia tutto quello che li circonda.

Così scrivo di stelle per raccontare, con parole mie, dell’universo, dell’ignoto. Del “lontano milioni di anni luce” che poi è un po’ come il “c’era una volta”, solo che questo è pura immaginazione infarcita di realtà, quello invece è realtà che riempiamo di sogni e fantasie.

Così tra tutte le super tech novità, i miei articolini sullo spazio spuntano sempre tra “i più letti”. E io non mi stupisco. Lo so perché. Perché tanti, come me, hanno sognato di fare l’astronauta “da grande”. E tanti altri hanno sognato almeno una volta di poter arrivare a viaggiare sulla luna, o di imbattersi in un alieno, e comunque tutti hanno guardato almeno una volta con il naso all’insù, verso il cielo, e si sono persi in quell’immensità, stupendosi, immaginando, sognando. Sognando che da quell’ immenso e infinito possa sbucare un giorno qualcosa di inaspettato.

La tecnologia immagina un futuro che via via, poi, rende reale. Bello. Ma a volte è bello anche immaginare qualcosa di indistinto, qualcosa che forse non diventerà mai realtà, ma che in quella lontana immensità, di cui noi vediamo solo la punta dell’iceberg, potrebbe anche esistere.

Per questo io continuo con i miei piccoli ammutinamenti quotidiani, per questo continuo a puntare il naso all’insù, verso l’infinito…

“E quindi uscimmo a riveder le stelle” (Inferno XXXIV, 139).

La fragilità dell’opinione pubblica

7 Nov

Da anni ormai mi capita di incastrarmi nel ragionamento sulla dualità diabolica tra libertà di espressione e libertà di pensiero. Nella fattispecie di come questi due principi paralleli possano coesistere nell’epoca dei mass media e dell’utilizzo di parte che la nostra società ne fa.

Di solito mi trovo a riflettere su questo tema nei periodi di campagna elettorale, ma oggi mi è capitato invece leggendo per puro caso un articolo in rete. Stesso risultato comunque, ovvero mal di testa e sensazione netta di trovarmi in un circolo vizioso senza via d’uscita.

L’articolo letto per caso era un pezzo, di per sé abbastanza banale, che però mi ha colpito per la critica aggressiva a Gramellini e al suo buongiorno quotidiano su La Stampa. L’accusa alla rubrica – che prima di oggi non leggevo – e al suo autore, era quella di scegliere ogni giorno un hot topic banalizzandolo in poche righe e farcendolo di considerazioni e commenti perbenisti e vacui. L’esempio portato era quello di uno degli ultimi giorni nel quale, partendo da una notizia su un algoritmo che permetterebbe di fare previsioni sulla durata delle relazioni di coppia tramite informazioni fornite da Facebook, Gramellini criticava la tendenza a matematizzare il mondo, anche quello dei sentimenti, attraverso formule che per lo più arrivano a dimostrare quello che magari da secoli è senso comune dell’uomo della strada.

Ecco, francamente non posso dire di non aver pensato la  medesima cosa (ndr “che cavolata!”) quando due giorni fa ho letto dell’algoritmo sulle social-relazioni, ma devo ammettere anche che, leggendo quell’articolo, pur non avendo mai seguito la rubrica de La Stampa, l’impressione che ne ho avuta è stata alquanto negativa.

Insomma leggendo, volente o nolente, mi sono costruita un’opinione su una “cosa X” che non conoscevo direttamente, ma che mi veniva descritta. Io la “cosa X” poi sono andata a cercarla. Per curiosità, per vicinanza al settore, perché Gramellini è un personaggio conosciuto, perché ho letto i suoi libri e per quanto fiabeschi mi sono piaciuti? Questo non lo so. Però la “cosa X” ho cercato di conoscerla direttamente e me ne sono fatta un’idea mia, costruita, questa volta, sull’esperienza diretta. Che piacciano o no poi la rubrica, l’autore, i suoi pensieri, questo ha poca importanza. Il punto è: chissà quante volte succede.

Chissà quante volte succede – in primis a me che mi professo attenta, informata, sgamata sul mondo della comunicazione e sui suoi tranelli – chissà quante volte succede che le “nostre” opinioni non siano realmente le nostre. Che per pigrizia, per ignoranza, per disattenzione ci limitiamo a pensare i pensieri degli altri, a costruire idee su fondamenta buttate da altri. E anche come può essere facile, non essendo realmente nostre, che il primo bravo oratore di passaggio riesca a inculcarcene altre.

La fragilità delle opinioni personali fa riflettere sulla fragilità della loro somma, di quell’opinione pubblica così spesso modellata da altre entità, senza che neanche ce ne rendiamo conto.

I canali di informazione a senso unico non possono salvarci da questo rischio. Solo noi possiamo aiutarci, studiare noi stessi anche. Perché forse farsi influenzare dal mondo esterno è inevitabile, ma anche l’influenza può diventare uno stimolo a scoprire una cura se si impara a riconoscerne in tempo i sintomi. Se ci stimola, insomma, a informarci su più fronti, a discutere, ad ascoltare sì, ma non in modo passivo, bensì attivo e proattivo, a portare avanti il baluardo di quell’informazione partecipata che troppo spesso viene fraintesa, ma che un utilizzo attivo e intelligente della rete è certamente una delle strade per diffondere.

Cos’è la rete lo capisci quando sei pronto

15 Ott

Cos’è la rete io dovrei saperlo e per svariati buoni motivi.

Uno: ho meno di 30 anni. Questo mi colloca a pieno titolo all’interno di una generazione che può considerarsi non dico di nativi digitali, ma quasi. Se il primo pc comparso in casa mi ha trovato pre-adolescente e il primo cellulare l’ho avuto in mano a 15 anni, c’è da dire che la mia università era già “pc-dotata”, che gli statini erano già elettronici, che la mia tesi l’ho scritta al pc e che quando sono entrata nel mondo del lavoro – anche il primissimo – la conoscenza del pc era già condizione pressoché sine qua non.

Due: ho studiato all’estero e vissuto lontana da casa da quando avevo poco più che vent’anni. Non vivendo nella tua piccola cittadina di mare, accanto a famiglia e amici, dove se vuoi dire alla tua sorellina che il pranzo è pronto ti basta gridare dalla finestra o dove se ti viene in mente una cosa da raccontare alla tua amica del cuore inforchi la bici e le citofoni un attimo, inevitabilmente devi attivarti in fretta per accedere a tutta la tecnologia possibile e immaginabile per non restare fuori dal mondo, o quanto meno tenere aggiornati tutti delle cose fighissime che fai ora che sei lontana.

Dulcis in fundo io nel e col web, ormai da qualche anno, ci lavoro. Ci lavoro significa che sono quella che si può definire una community manager/ social media specialist/ web content editor e via dicendo. Più conscia di così non si dovrebbe poter essere.

Eppure mi rendo conto che della rete non ho capito il senso vero e reale se non recentemente. Perché quando uno ci lavora dentro ne vede le potenzialità immense e le sperimenta, ma spesso le etichetta come “LAVORO” e chiude tutto in un cassetto quando esce dall’ufficio. E poi spesso capita che se “dentro” a una cosa ci stai 8 o più ore al giorno, quando ne esci non è che hai tanta voglia di ritornarci per tuo diletto personale, diciamocelo. Un po’ come quando sei ragazzina che metterti in tiro e infilare i tacchi il sabato sera per le prime volte ti sembra una figata, poi arrivi nel mondo del lavoro dove sei pseudo-costretta a vestirti in maniera agghindata e il sabato sera sogni scarpe da tennis e tuta. Una cosa così.

Insomma, il web offre conoscenza, ti dà la possibilità di metterti in contatto con persone lontane, di abbattere barriere sia fisiche che culturali, di portare il progresso, di far conoscere alle masse cose che altrimenti rimarrebbero di nicchia, di unire e tanto altro, ma spesso e per molti tutto questo si limita a leggere il quotidiano online e a commentare qualche foto sui profili social degli amici.

La verità è che il web ti apre le porte su mondi possibili che solo per puro caso non sono i tuoi. Ti fa conoscere persone che in un’altra epoca non avresti mai avuto l’opportunità di conoscere, ti fa ascoltare storie che non avresti mai potuto ascoltare altrimenti. E questo a volte lo scopri nella banale contingenza di un incidente di percorso.

Io per esempio ho scoperto nel web il potere della condivisione quando mi hanno consigliato di fare un’ago biopsia.

Quando senti questa parola, è inutile, esce la paura, e quello che ti dice il medico non basta. Magari vuoi prefigurarti anche lo scenario peggiore, scoprire tutti i sintomi per eliminarli uno a uno – o iniziare a sentirli dal giorno dopo. Magari vuoi solo sapere se fa male da chi l’ha fatto. E siccome il porta a porta su questo tema non è indicato, scopri la rete, che poi ce l’hai sempre avuta lì ma non l’hai considerata mai nella veste di intimo confessore. Eppure quando entri ti accorgi che è più facile così. Lì puoi aprirti, dire che hai paura, cosa che non fai con chi ami per non spaventarlo. Puoi chiedere che ti raccontino anche le cose peggiori, quelle che un medico non ti dice per non allarmarti. Puoi conoscere persone fortissime e imparare da loro. Puoi uscire più forte e meno solo.

Certo poi torni alla tua vita reale, ma quelle esperienze, quelle storie quelle persone restano nel tuo background, ti cambiano come ti cambiano i fatti che vivi ogni giorno e pensi che se non ci fosse il web le loro storie sarebbero rimaste chiuse dentro a un ospedale, tra le mura domestiche e così anche i loro insegnamenti.

Il mio è solo un esempio, la mia personale esperienza di “illuminazione”, declinabile in tutte le salse possibili, tutte quelle utili a farti accorgere a un certo punto che, proprio come facciamo con il nostro cervello, anche della rete sfruttiamo solo una minima percentuale delle sue infinite possibilità.

C’è chi di questo è più consapevole e chi lo è meno, c’è chi cerca di diffondere la cultura della rete e lo fa perché sa che c’è da impararne e da vivere meglio. E la rete poi non se lo dimentica.

Con le cicatrici di guerre di altri

1 Ott

Ieri mi sono ritrovata davanti allo specchio (sono donna e vanitosa, non è strano) a riflettermi e riflettere. Ho alzato il braccio destro e, come faccio spesso, ho cercato e scrutato la cicatrice sotto l’ascella, la più recente, la più fresca, quella che ancora ricorda al mio corpo con un po’ di dolori occasionali, il 18 giugno e i mesi precedenti. E osservandola è balzato al cuore un convinto pensiero. Voglio bene alle mie cicatrici.

In fondo è così. Mi è capitato di lamentarmi di essere una piccola Frankenstein rattoppata qua e là, ma certo non posso lamentarmi sul serio, non posso davvero dire che questi piccoli segni si notino. Forse se così fosse non sarei in grado di provare dell’affetto per loro. Sono piccole, non si notano, sono nascoste quasi per tutto il tempo, ma ci sono. E mi sono scoperta spesso negli ultimi mesi, osservandole, a provare tenerezza per loro, per il corpo che c’è sotto. “Ok ragazze è tutto apposto. Siete state brave.”

È vero ci sono cose che eviterei: la paranoia di “tastamenti” sotto la doccia, il dolore quando cambia il tempo o se faccio sforzi particolari; non poter fare dei movimenti in palestra senza provare una fitta. Ma sono lì, e con il dolore, mi ricordano che non è successo niente. Mi ricordano i momenti di paura che ho provato, mi ricordano i momenti di dolore, l’abbattimento, un po’ di sgomento, la sensazione di “non può succedermi niente” e quella di “e se invece fosse, per davvero”. Ma soprattutto mi ricordano che sono stata fortunata.

So che un giorno il dolore passerà del tutto, che forse anche le cicatrici non saranno più tanto visibili, che tutto di nuovo mi sembrerà lontanissimo, come la prima volta, ma non voglio che questo accada. La verità è che mi serve ricordarlo. Mi serve per dirmi che poteva essere, ma è andata, mi serve per dirmi che tanta gente non è fortunata come me, mi serve per essere più pronta.

A volte le guardo, le mie cicatrici, come i bambini, che delle loro piccole ferite giocano orgogliosi a farne cicatrici di guerra.

Le mie cicatrici sono i segni di una guerra che mi ha sfiorato appena per mia fortuna, ma che è la guerra che combattono tutti i giorni tante altre persone: ragazze come me, donne, uomini, anche bambini. È una guerra che fa tante vittime. È una guerra alla quale mi sono trovata a passare vicina, come una turista incosciente in vacanza in un Paese dove si combatte, che rischia di rimanere coinvolta in qualche scontro o si trova ai margini di una rivolta. Poi torna a casa, lievemente ferita nel corpo, ma soprattutto nell’anima, per aver visto e avere impresse negli occhi, le immagini di chi lì ci vive, di chi lì ci soffre ogni giorno, combatte o cerca di fuggire, di salvarsi, di proteggersi e ogni sera si mette a dormire sapendo che ha guadagnato un giorno in più, ma che domani sarà pericoloso come oggi, sarà una nuova battaglia, sarà ancora paura e speranza.

Io torno a casa con le mie cicatrici, sapendo che non ho nulla che mi allontani da una vita normale. Ma torno a casa con negli occhi gli occhi di Antonina, e la sua parlantina che si manifesta come un fiume in piena appena fuori dalla sala operatoria, finito l’effetto dell’anestesia. Ho negli occhi gli occhi di suo figlio e della nuora che quasi si scusano di questo flusso senza tregua, guardando con amore questa mamma, questa suocera, questa donna che ha 60 anni e, come me, come chiunque, ha paura; che ha fatto tante visite e ha viaggiato dalla Calabria per operarsi qui a Milano e ora stempera tutta la tensione accumulata raccontandoci dei suoi parenti in Francia, del cibo, di quando era giovane.

Quando ci siamo salutate io e Antonina ci siamo abbracciate, ci siamo guardate. Forse lei ha pensato che non è giusto, non lo so. Io l’ho pensato e ho pianto a lungo per lei. Ho pianto di nuovo, “a posteriori”, per le persone che ho conosciuto e che se ne sono andate per questo male, con lacrime più calde, non solo di dolore o mancanza, ma anche di un po’ di consapevolezza in più. E piango ancora quando penso a tutti i volti che ho incrociato allo IEO, a tutti quelli che mi auguro superino il male e tornino a stare bene, a vivere normalmente, perché non so cosa stanno passando davvero, perché sono fortunata, perché il mio era benigno, perché lei, Antonina, e tanti tanti altri, non sono fortunati come me e io vorrei che lo fossero.