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Dell’essere, del divenire, dell’apparire e… dell’odiare

7 Mar

2Ci saranno momenti in cui maledirai il fatto di essere donna. I peli da togliere, i capelli da tingere, il trucco, l’idea del tacco e le sue dolorose conseguenze, per non parlare di QUEI giorni, già quei giorni… Odierai essere donna quando ti arriveranno per la prima volta (e poi una volta al mese per tutti i mesi a venire), quando ti crescerà il seno e i compagni di scuola ti prenderanno in giro e quando poi non ti crescerà più e ti prenderanno in giro comunque. Lo odierai quando lui non ti richiamerà, ripetendoti che è perché noi donne siamo più sensibili, che ci affezioniamo troppo presto, che crediamo a tutto. Odierai essere donna quando sarai costretta a metterti in tiro x farti notare a una festa, mentre lui in jeans e maglietta sarà comunque un figo da paura o quando quei due chili in più, messi su a Natale, ti faranno sembrare una balena, mentre lui sembrerà solo “in salute”. Lo odierai tantissimo quando sentirai i tuoi colleghi maschi fare battute da bar e ridere con il tuo capo, per poi zittirsi appena arrivi tu, piccolo fragile fiorellino. Lo odiavi anche da piccola quando notavi quella complicità da spogliatoio tra tuo padre e tuo cugino che tanto desideravi e dalla quale eri esclusa a priori per il fatto di essere donna.

Odierai essere donna quando ti accorgerai che gli uomini pensano che, quando siete sole, voi donne parliate solo di smalti e depilazione (che a volte è pure vero) e ancora di più quando la tua migliore amica avrà un attacco di gelosia nei tuoi confronti e non ti parlerà per giorni, mentre agli uomini basta una partita di calcetto per risolvere tutto.

Lo odierai quando, decidendo come vestirti per la serata, sceglierai le scarpe basse se devi tornare a casa da sola coi mezzi, perché così se serve puoi correre più velocemente…

Lo odierai spessissimo, considerandolo a volte quasi un handicap, desiderando di frequente di essere nata uomo, per poter andare in giro per il mondo con il tuo carattere forte, deciso, a volte spavaldo, senza che gli altri ti taccino di essere acida o prepotente, solo per il fatto di aver chiaro in testa ciò che sei.

Ma poi arriveranno gli altri momenti – molti di più, vedrai – quelli in cui capirai che, essere donna, tanto quanto essere uomo, forse di più, è un dono. Saranno tanti e spesso molto meno universali, perché più veri e personali. Ci sarà la maternità, certo, ma ci saranno anche le entrate gratis nei locali e i drink pagati da chi ti vuole abbordare (cose che comunque schifo non fanno), le rose rosse; ci sarà quella complicità speciale tra donne, che magari è più rara e meno goliardica, ma che quando si trova è speciale perché parla di secoli condensati in una consapevolezza condivisa. Ci saranno questi momenti e tanti, tanti altri, ma al di là di questi, un’altra cosa capirai che ti consolerà.

Infatti capirai che agli uomini probabilmente capita quanto a te di odiare il fatto di essere uomini: la barba da fare tutti i giorni per andare in ufficio; l’abito con giacca e cravatta anche quando ci sono 40 gradi; i capelli brizzolati da tenersi, ché tingersi “non è da uomo”; QUEI giorni che magari li potesse avere, ma li ha lei e può usarli come scusa per essere insopportabile… Forse odieranno essere uomo quando si imporranno di aspettare per richiamarla, perché è più da figo “tenebroso e impossibile” e magari poi perderanno un’occasione. E penseranno “magari essere donne”, quando si infileranno il solito jeans, la solita maglietta e il solito paio di scarpe sia per farsi un giro in centro che per andare a ballare.

Forse desidereranno, ogni tanto, non dover ruttare più forte degli altri per ridere con gli amici o che le donne smettano di pensare che tra maschi si parla solo di calcio, tette e motori (che non sia così???), o vorranno potersi permettere, qualche volta, di piangere o di fare una scenata con un amico invece di passarci sopra con una pacca sulla schiena in spogliatoio.

Insomma, donne o uomini, forse siamo tutti, almeno a volte, “vittime” della società e delle sue imposizioni, così frequentemente simili a stereotipi e caricature, ma così fortemente vincolanti e radicate.

“Donne non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo; è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna.” Così scriveva Simone de Beauvoir e credo che – almeno in questo la parità dei sessi pare proprio venga rispettata – il discorso valga sia per le donne che per gli uomini.

“LA” scelta, ovvero raggiungere la consapevolezza di donna

19 Dic

Il Natale si avvicina e il mio consueto conto alla rovescia quest’anno segna anche un altro momento: quello che, a tutti gli effetti, vedrà il mio passaggio a “donna”.

Dico “donna” in quanto essere umano propenso per natura al sacrificio, alla rinuncia, alla generosità incondizionata e all’adattabilità.

Questo rito di passaggio di solito si compie attraverso una scelta. Si tratta delLA scelta, non una scelta qualunque, “LA” scelta“LA” scelta può assumere forme diverse di vita in vita, di donna in donna, ma ciò che la configura come “LA” scelta sta nella natura delle sue opzioni. Le opzioni della scelta (sempre la suddetta, con l’articolo maiuscolo) sono due.

L’opzione numero uno prevede, sempre sotto varie forme, di continuare a essere un individuo autonomo e indipendente, di rimanere insomma in quel limbo che rappresenta la fase della vita nota anche come “libertà”, durante la quale, sganciatisi dalla “dipendenza dalla famiglia di origine”, possiamo essere noi stessi e nient’altro che questo, una sorta di monade (almeno per le questioni logistiche e  pratiche, si intende). Questa fase di norma dura pochi anni e tra le sue caratterstiche più universalmente note e apprezzabili conta: libertà di cenare all’ora che si desidera e perfino di non cenare; libertà di rincasare la notte all’ora che si desidera e perfino di non rincasare; libertà di alzarsi all’ora che più aggrada nel weekend e perfino di non alzarsi affatto dal letto per un giorno intero; libertà di passare una serata in pigiama piangendo davanti alla TV mangiando schifezze perché abbiamo avuto una giornata storta in ufficio senza che nessuno cerchi di consolarti e senza doveri verso nessuno; libertà di portare a dormire chi si desidera; libertà di tornare al nido familiare per festività e vacanze, facendosi coccolare senza dover alzare un dito e senza sensi di colpa e via discorrendo.

Questa fase tendenzialmente dura fino a quando non si ricade nella trappola della “dipendenza”, che nella sua seconda stagione si configura di solito come dipendenza autoimposta. Si tratta infatti della dipendenza da una nuova famiglia, della quale siamo noi stessi i fautori, che parte da una coppia e può prevedere un’evoluzione numerica che determina poi, in modo direttamente proporzionale, il grado di profondità della stessa.

Da qui ha origine l’opzione numero due appunto, che tante donne finiscono inevitabilmente per selezionare, a volte anche senza renedersene conto nell’immediato, assoggettandosi a quella che, volenti o no – femministe di tutto il mondo non me ne vogliate – è la nostra natura appunto, ovvero quella di individui estremamente portati ad adattarsi per amore.

Questo momento, qualunque sia la forma che nella vita di ciascuna possa prendere, risulta essere spesso doloroso per almeno due motivi: primo perché ci dimostra di non essere immuni o “diverse” dalle altre; secondo perché ci rivela quello che la nostra vera natura ha in serbo per noi: una strada di montagna, fatta di panorami spettacolari e soste rifocillanti in calde baite, ma comunque lunga, faticosa e in salita.

La mia scelta, il mio rito di passaggio arriva agghindato di lucine. Babbo Natale quest’anno ha deciso di regalarmi “la conoscenza” della mia natura. Per la prima volta nella mia vita quest’anno seguirò il mio uomo nella sua terra natale per trascorrere il Santo Natale, nonché il mio compleanno, con lui e la sua famiglia. Complici questioni logistiche oggettive, per la prima volta nella mia vita non passerò queste due giornate di festa in famiglia, o almeno all’interno del mio nucleo familiare originario. Stravolgerò le mie abitudini, le mie tradizioni, i miei affetti per non separarmi dalla mia dolce metà, per dare inizio a una nuova tradizione di Natale, la nostra.

Dopo questo Natale niente sarà più come prima e io lo so. Certo, l’ultimo dell’anno lo passeremo dai miei, certo il prossimo anno, scambieremo le parti per passare il Natale da me e poi spostarci da lui, certo in uno dei prossimi e forse non lontani anni, rimarremo a casa nostra per le feste invitando tutti da noi. Le opzioni poi saranno tante, ma in ogni caso nulla sarà più come prima. E chi ci è passata lo sa.

Non si tratta di scegliere tra famiglia e compagno, si tratta di capire che è arrivato QUEL momento in cui la tua famiglia si allarga e comprende in modo stabile anche lui e la sua famiglia.

E allora non mi resta che accettare le conseguenze della mia scelta, le conseguenze dell’amore, e augurare a tutti buon Natale.